Aux Yeux des Vivants – Bustillo & Maury (2014)

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Dopo un film come Livide, capace di suscitare pareri facilmente discordanti, Bustillo e Maury sono chiamati alla prova del ritorno sulle scene con un prodotto che rievochi la carica esplosiva de À l’Intérieur – checché se ne voglia dire. Il duo francese ha dimostrato rapidamente di essere in grado di imporre una marca autorale al proprio lavoro e, soprattutto, la volontà di conservare una certa integrità artistica, avendo abbandonato i progetti per i remake di Halloween ed Hellraiser, nei quali erano stati coinvolti – e nei confronti dei quali, evidentemente, qualcosa non li ha convinti. Questa breve premessa è d’obbligo per capire perché, almeno nell’ambiente di genere (naturalmente), il loro nuovo film è accompagnato da attesa e aspettative.

A conferma di quanto appena detto, Aux Yeux des Vivants si apre con una lunga sequenza-prologo (circa dieci minuti) che costituisce quasi una sorta di segmento a sé stante all’interno del film. E durante questo antefatto possiamo riscontrare la palese volontà degli autori di riprendere il discorso lì dove l’avevano lasciato (il giorno di Halloween, le zucche e i bambini mascherati), ricordando chi sono, seppure capovolgendo un po’ il mazzo di carte: Béatrice Dalle che diventa una madre che vuole annientare la propria – degenere – stirpe.clip_image003

E il giochino autoreferenziale prosegue con la presenza di Chloé Coulloud (protagonista di Livide) e la tematica di fondo della storia, legata al concetto di “famiglia” (con tanto di feto in barattolo), salvo perdersi nella fumosa confusione dello scontro finale tra specie diverse, in mezzo al distruttivo gas che ha generato il male (la maschera caprina di Francis Renaud). Ma Bustillo e Maury, oltre a guardare a sé stessi, da buoni intenditori (ovviamente), si rivolgono anche agli ingredienti tipici del genere, utilizzandoli, però, in maniera così precisa da rendere la portata poco appetitosa. La seconda parte della pellicola si sfilaccia, infatti, in una macrosequenza suddivisa in tre segmenti separati dove l’intrusione, il claustrofobico senso d’assedio e la tortura sono alla base della narrazione, richiamando i motivi classici dellclip_image005a corrente horror francese di inizio millennio (Haute Tension, Ils, Frontière(s) e Martyrs per citare i titoli che, in un certo senso, possono essere considerati più rappresentativi).

clip_image006Se da un lato i due registi pasticciano con lo script, senza neanche avere l’ambizione di tentare la deviazione dalle coordinate standard del genere (come nel precedente Livide), dall’altro confermano tutto il loro elegante ed essenziale talento visivo, pur senza avvalersi della collaudata fotografia di Laurent Barès, sostituito comunque dall’ottimo – quasi debuttante – Antoine Sanier. Dopo l’incipit che appare come un piccolo remake de À l’Intérieur, segue un altro prologo che introduce tre giovani protagonisti di kinghiana memoria (vedere sotto la voce Stand by Me), il cui innocente senso di ribellione cerca evasione tra i resti di uno studio cinematografico abbandonato, nel quale sono costretti a scoprire un’orrenda realtà.

clip_image007I nuclei familiari di questi tre protagonisti si contrappongono a quello malsano e malvagio del “mostro” Klarence. Sotto certi aspetti si tratta di nuclei “marci” assimilabili a quello della controparte antagonista. Anche se la famiglia di Dan/Théo Fernandez, che viene presentata dal ragazzo come quella più “logora”, appare – in realtà – come la più normale e amorevole dell’intero lotto e sarà tale caratteristica a costituire via di salvezza.

clip_image008Aux Yeux des Vivants è un piccolo campionario horror ben confezionato e perfettamente diviso in due: una prima parte riuscita e persino interessante (fino alla fuga dei tre ragazzini da Blackwood) e una seconda parte dispersiva che delude le aspettative. Controbilanciando le componenti dell’una e dell’altra parte si ottiene un prodotto che, pur facendosi guardare, lascia l’amaro in bocca.

Nota a margine

Volendo, si potrebbe speculare un po’ sulla cittadina-studio cinematografico e la sua valenza di luogo d’evasione per i giovani protagonisti e di luogo di rifugio per i “mostri” (che devono sparire e nascondersi agli occhi dei vivi per sopravvivere), ma poco importa.

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