The Babadook – Jennifer Kent – (2014)

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Il “Babadook” creato da Jennifer Kent nasce sotto forma di cortometraggio nel 2005. Il progetto è denominato Monster e costituisce anche la prima prova registica dell’autrice. Per dilatarsi in opera di debutto per il grande schermo, però, sono necessari quasi nove anni. E si tratta di tempo tutto ben speso, poiché il risultato finale è davvero notevole, nel pieno rispetto dell’intuizione originale che si basa sul sapiente incontro tra un solido impianto favolistico e il cinema horror: la storia di una madre (sola e abbandonata a sé stessa) e di suo figlio che devono affrontare insieme il mostro dell’armadio, l’uomo nero. Il tema portante della struttura (pertanto) diventa subito la paura. Qui intesa nell’accezione più pura del termine, ossia quella di sensazione di angoscia e insicurezza di fronte a qualcosa o qualcuno. Nella fattispecie si manifesta un pericolo irreale che rappresenta una condizione psicologica “disturbata”, un quotidiano luogo della mente (la propria dimora) dove è in atto uno scontro per affrontare l’esistere e la vita.

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Le angosce e le insicurezze della protagonista Amelia (nella decisa e convincente interpretazione di Essie Davis) distorcono la [sua] realtà e la tramutano in un incubo vero che si dispiega tra le pareti di casa. La vicenda, che inizialmente (almeno in apparenza), sembra essere legata ai “problemi” del piccolo Samuel (Noah Wiseman), ben presto si deforma nella perdita della “ragione” della madre[i], la quale comincia a consumarsi nel vortice buio generato dall’uomo nero. Ci troviamo di fronte a classici canoni espressionisti[ii] che emergono potenti nel momento in cui la tensione del dramma si esaspera tra le pareti di casa grazie al contributo della lettura del libro “Mister Babadook” e all’uso dei tranquillanti prescritti dal medico. Lo sfasamento tra la dimensione del reale e quella del fantastico[iii] di fatto si annulla (o, comunque, è impossibile distinguere i due piani): “Babadook” esiste e si può solo imparare a conviverci.

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L’essere nero e malvagio della storia rappresenta la più elementare forma di paura ancestrale, ossia quella del buio. Ed è così che i riferimenti principali, attraverso i quali tale concetto viene espresso, affondano le proprie radici nella figura vampiresca del “Nosferatu” di Murnau, il quale (a giuste ragioni) può essere considerato il capostipite del genere horror in celluloide. Jennifer Kent attinge alla “tradizione” per mettere in scena il suo dramma psicologico e anche alla concezione di gioco illusionistico che può rappresentare il grande schermo: le immagini che scorrono sul televisore mostrano, infatti (tra l’altro), gli esperimenti [alle origini della storia del cinema] di Segundo de Chomon fino a giungere al baviano I tre volti della paura (oltre a quelle del Dvd di magia che segue il bambino). Mentre le violente cariche schizofrenico-paranoiche che esplodono all’interno della casa – e nelle poche vicende “esterne” – richiamano situazioni degne del primo Polanski e de L’esorcista, passando per Shining (la scena dove Amelia cerca di “stanare” il figlio dalla stanza sembra una citazione contestuale sia del film di Friedkin sia di quello di Kubrick); le azioni del piccolo Samuel nel finale, invece, ricordano la lotta contro l’uomo nero dei sogni del primo Nightmare di Wes Craven.

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The Babadook è un film attraverso cui Jennifer Kent sfrutta in maniera efficace e intelligente un genere che (evidentemente) conosce e rispetta per narrare la sua storia, il suo dramma – il quale, a ben vedere, proprio horror non è[iv]: una madre in grado di trasformasi in strega e spauracchio nei confronti del figlio, visto a sua volta come se fosse un mostro, ma la relazione tra i due è così profonda (la scena della vasca da bagno) che trova una via d’uscita nell’espellere “fuori” il male che si è lasciato entrare (sbirciare ancora sotto la voce “vampiro”), per tenerlo poi a bada, addomesticato.

Nota a margine

La fotografia del polacco Radek Ladczuk contribuisce in maniera fondamentale alla resa dell’atmosfera tesa che pervade tutta la vicenda. Il suo tocco asseconda adeguatamente i momenti più lividi e scuri così come è capace di creare una sorta di inquietante rarefazione anche nelle poche situazioni in cui la narrazione (almeno in teoria) dovrebbe essere più “classica” e meno “forte”.

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[i] In tal senso si può considerare emblematica la scena in cui la donna si estrae un dente (del giudizio?), che lascia aperta la porta a diverse chiavi interpretative, le quali rimandano tutte a chiare sensazioni di “perdita”, angoscia e insicurezza.

[ii] Anche guardando la locandina del film si può intuire un vago legame con pellicole storiche quali Nosferatu il vampiro (1922, Murnau) e Il gabinetto del dottor Caligari(1920, Wiene).

[iii] Uso il termine “fantastico” perché il racconto attiene essenzialmente al mondo della favola, specie se si pensa alla conclusione dello stesso.

[iv] Si dovrebbe spendere qualche parola sul concetto di maternità e sul rapporto madre-figlio, ma non è questo lo spazio adatto.

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