Montale e la mercificazione dell’inutile

“Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c’è un  largo spazio per l’inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi.”

 Eugenio Montale

 montale

Il 12 dicembre 1975 Eugenio Montale tiene un discorso all’Accademia di Svezia in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Da tale discorso emerge essenzialmente (volendo essere assolutamente riduttivo) che i tempi moderni sono frenetici, animati da un “bisogno spasmodico dell’attuale, dell’immediato” – del “tutto e subito”, giusto per intenderci – e che tendono a fagocitare ogni cosa, compresa l’arte. Voglio estrapolare alcune considerazioni di questo testo-discorso del famoso poeta italiano, perché le ritengo oggetto di possibili spunti di riflessione circa l’odierna situazione socio-economica che stiamo vivendo. E ancor prima di riportare tali estratti voglio iniziare dalla citazione d’apertura: “non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale”.

L’industria, infatti, è il centro di quel sistema capitalistico di produzione che ha rivoluzionato la civiltà mondiale. Industria come impresa (quindi); e quante volte abbiamo dovuto sentirci rifilare la lezioncina del “bisogna essere imprenditori di sé stessi”? Ma come si può comparare la gestione imprenditoriale con l’esistenza umana, oppure con la “gestione” di un nucleo familiare? La logica tenderebbe a farci rispondere che è impossibile. Eppure oggi la teoria della competitività è efficacemente applicata all’essere umano e termini quali “budget”, “flessibilità” e “produttività” sono diventati familiari all’interno dei discorsi familiari.

Ottenere il massimo risultato con il minimo dispendio di risorse (ottimizzando, pertanto, le proprie energie e capacità), raggiungere gli obiettivi prefissi (quelli imposti dalla stessa società industrializzata?) prevalendo sugli altri, per risultare migliori degli altri (e nel minor tempo possibile), sono concetti fondamentali acquisiti/assimilati un po’ da tutti. Seppure l’uomo non è capace di diventare impresa è comunque ridotto a mero ingranaggio del meccanismo industria.

La prima considerazione:

Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo.

Oggi viviamo un periodo di crisi finanziaria che sembra già interminabile, benché sia esploso relativamente da poco tempo. E anche se il sistema capitalistico industriale è stato ormai soppiantato, le macchine cui si riferisce Montale esistono ancora e devono essere impiegate al massimo oggi più di ieri (proprio per far fronte alla crisi): bisogna produrre ed estrarre valore da qualsiasi settore (a scapito di qualsiasi ecosistema) e dal maggior numero possibile di esseri umani[1].

Ora, se pure si può pensare che tale tipologia di “cultura” sia prettamente di stampo occidentale, siamo in epoca di globalizzazione e di “borse” mondiali, per cui – in misura e con criteri più o meno diversi – l’intero pianeta è coinvolto in una parabola discendente. Ed è per questo motivo che la maggior parte della popolazione terrestre – in maniera più o meno consapevole – è chiamata al sacrificio per il salvataggio della mega-macchina[2], la quale per sopravvivere ha bisogno di continuare a massimizzare profitto e ad accumulare ricchezza (e potere).

La seconda considerazione:

L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. […]. Ma perché oggi più che mai l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di sé stesso?

Oggetti prodotti per essere consumati e buttati via. E oggi quasi non li si consuma neanche, li si acquista solo per buttarli via. La società dei consumi è popolata da uomini civilizzati che si vuole spronare ad acquistare oggetti/beni che non hanno più mercato. Non hanno più mercato perché in epoca di globalizzazione non ci sono più frontiere per le merci che, oltre a dover viaggiare veloci e indipendenti per raggiungere chiunque, devono essere prodotte ovunque. Una simile offerta (semplificando, correndo il rischio di risultare banale, ma non lontano dal bersaglio) genera, naturalmente, l’eccesso. E se tale eccesso comporta il rifiuto della merce in esubero e – soprattutto – la distruzione dell’ambiente (dove deve insediarsi l’industria e la sua rete di connessioni) e dell’uomo-ingranaggio[3], poco importa; l’assurdo è che la produzione non si può interrompere, non si deve fermare.

E allora l’orrore di cui parla Montale può essere rappresentato dal fatto che tale società civilizzata si ostina ad andare avanti oltre la produzione degli oggetti inutili, tentando – e riuscendoci benissimo – di trasformare in prodotti acquistabili persino gli anni che ci restano da vivere: vedere sotto le voci “assicurazione sulla vita” e la nuova – tanto in voga al momento – “previdenza complementare”. L’orrore diventa un percorso disumanizzante dal quale sembra impossibile deviare.

La terza considerazione:

Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro.

Ed ecco la risposta che propone Montale: quel “possiamo tutti collaborare a questo futuro” dona speranza. Montale vede nella cultura la possibilità (forse l’unica) per arginare la dilagante miseria (sociale, politica, economica … – scegliete voi ciò che preferite) che ormai circonda ogni cosa, all’interno di un mondo che tenta di crescere a dismisura pur essendo un insieme finito.

[1] Traggo spunto da “Finanzcapitalismo” di Luciano Gallino (2011, Einaudi)

[2] Per questa definizione di Lewis Mumford si veda “Tecnica e cultura” (2005, Net – Tit.Orig. “Technics And Civilization”, 1934)

[3] Utilizzo i termini “industria” e “uomo-ingranaggio” quali metafore di figure di un sistema facilmente identificabile come quello capitalistico di produzione; va da sé che intendo il termine “industria” nell’accezione più ampia, che comprende diversi aspetti e diverse funzioni: settori primario, secondario e terziario dell’industria stessa e mondo della finanza (non a caso oggi possiamo parlare di un sistema capitalistico finanziario che tende a creare denaro dal denaro – anziché dalla produzione/vendita di merci “reali” – e che rimanda anche alla denominazione di “industria della finanza”).

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