John Carpenter’s Lost Themes – John Carpenter – (2015)

LostThemes

Piccolo progetto casalingo e familiare per il “debutto” discografico di John Carpenter, che nasce come pura forma di svago, nell’intento di rendere le sue composizioni più compiute (parafrasando le stesse parole dell’autore). Uso il virgolettato per il termine debutto, poiché Carpenter è un noto non-musicista, grazie ai numerosi commenti sonori prodotti per i propri film. Questa volta, affiancato dal figlio Cody e dal figlioccio Daniel Davies, ecco che spuntano dei “Lost Themes” slegati dall’idea dell’esistenza di sequenze cinematografiche alla base. Ma le nove tracce che compongono il lavoro – soprattutto per come esso è strutturato nell’insieme – rimandano, inevitabilmente, al concetto di soundtrack immaginaria.

Lost Themes è un disco coeso e omogeneo diviso in due parti (anche l’immagine di copertina può far pensare a ciò). E non è una contraddizione in termini: come i vecchi Lp di una volta, infatti, la prima facciata comprende quattro brani che appartengono a una dimensione più vicina all’idea di un certo tipo di prog-rock (ascoltando Domain, mi viene in mente Mr. Roboto degli Styx) con sferzate improvvise di riff elettrici e frasi percussive che affiorano a tratti ossessive e decise, mescolate a fughe di organi spettrali, mentre la seconda si colloca in anfratti d’atmosfera più elettronica e “sperimentale” con la chitarra che arretra (tramutandosi anche in acustica) per cedere il posto ad accenni di archi sintetici, i battiti ritmici che diventano meno invadenti e i synth che liberano un’oscurità fatale. Ma è proprio la migliore tradizione [compositiva per il grande schermo] carpenteriana a rendere uniforme il complesso, grazie a piccoli segmenti reiterati che si richiamano di traccia in traccia, esplicitando il concetto proprio di colonna sonora [di qualcosa].

Obsidian costituisce un mini tour de force, il brano che (con i suoi 8 minuti di durata) riesce a esplorare l’intero raggio d’azione dell’abum. Domain conclude la prima parte del disco ed è quello che meglio incarna lo spirito di divertimento che anima la nascita del progetto (come suddetto). Vortex, Purgatory e Night possono essere indicate come le migliori tracce del lotto, perché raggiungono il giusto equilibrio tra il minimalismo carpenteriano e l’aggiunta degli elementi necessari a modellare le composizioni in una forma più compiuta (vedi nuovamente sopra). In definitiva, Lost Themes è un lavoro che si lascia ascoltare assai volentieri (anche grazie al minutaggio che si aggira attorno ai 47 minuti totali) e capace di offrire alcuni momenti di deriva siderale (relativa al senso astrale del termine) e di desolata introspezione davvero riusciti. E in ogni caso restano le immagini dei film del regista che si possono tagliare/incollare sulle tracce a piacimento, in un puzzle pressoché infinito.

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