Oltre il guado – Across the River – Lorenzo Bianchini – (2013)

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Il cinema horror italiano ancora [r]esiste, ma rappresenta un mondo a sé stante. Ignorato dall’industria “ufficiale” del settore, si auto-alimenta di minimi mezzi di sussistenza e grazie alla passione sia di chi lo produce sia di chi lo segue. Ed è attraverso questo meccanismo di sopravvivenza che Lorenzo Bianchini giunge a realizzare Oltre il guado, dopo un lungo percorso cominciato sul finire degli anni 90 che culmina col primo, sorprendente Radice quadrata di tre del 2001 e passando per i successivi Custodes Bestiae (2004), Film Sporco (2005) e Occhi (2010). Gli ultimi due (che chi scrive non ha avuto modo di vedere) sono thriller e Occhi, in particolare, consegna Bianchini (finalmente) a una dimensione produttiva più affine a quella del “vero” mondo cinematografico per via della società indipendente Rivolta Film.

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Oltre il guado è, pertanto, un ritorno al genere all’interno del quale Bianchini ha già dimostrato di essere assolutamente a proprio agio. E l’abilità del regista si palesa immediata attraverso la splendida sequenza dei titoli di testa, sostenuta dall’efficace commento sonoro “religioso” di Stefano Sciascia e dalla naturalistica fotografia di Daniele Trani, che lascia presagire una sorta di immersione in una realtà di misticismo selvatico e al contempo inquietante. La scelta di un protagonista etologo (praticamente unico attore della vicenda), infatti, rende particolarmente credibile il suo addentrarsi nei boschi e la sua voglia di indagare, nonostante l’affiorare di situazioni enigmatiche che egli – almeno inizialmente – attribuisce all’attività predatoria di un qualche animale feroce.

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Per quanto riguarda la storia in sé, bisogna subito evidenziare la presenza di un segmento narrativo, parallelo a quello del protagonista, che svolge semplice funzione didascalica per comprendere la natura maledetta del villaggio abbandonato. Esso è appena abbozzato e forse, se sviluppato, avrebbe reso l’insieme più completo. In tale segmento, tuttavia, il riferimento alla Seconda guerra mondiale è ben costruito e si accorda a una tematica importante inserita nel racconto, ossia quella legata allo scorrere del tempo con l’incubo di un passato che sempre incombe sul presente. Del resto l’orologio è un oggetto-soggetto piuttosto dominante nell’ambito della vicenda: Marco ne trova uno antico, non funzionante, all’interno di una casa del villaggio, il quale riprende a ticchettare, improvvisamente, nel cuore della notte; segno evidente del ritrovarsi proiettati dentro una dimensione temporale sospesa e minacciosa.

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Ma è l’acqua l’elemento più intenso per ciò che concerne l’aspetto visivo. La pioggia incessante assume i contorni di una forza soprannaturale di condanna e i gocciolii onnipresenti sono reale stillicidio che “accompagna” il lento e inesorabile dissolversi di Marco (il suo volto irriconoscibile riflesso sullo specchio). E c’è ancora l’acqua del guado che dona il titolo al film, protagonista del dramma mortale vissuto dalle gemelle, nonché linea di confine tra due realtà spazio/temporali distinte (ma pronte a confondersi e inglobarsi l’una nell’altra). L’acqua come fluido corporeo: Marco che annega in una sorta di lugubre liquido amniotico e l’urina delle gemelle.

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Azzeccatissima, poi, la scelta della location. Il minuscolo borgo in “pietra”, abbarbicato sui monti in una zona di confine con la Slovenia, è tutt’uno con la narrazione. Il luogo si chiama Topolo ed è una frazione del comune di Grimacco, in provincia di Udine (amata città natale di Lorenzo Bianchini). L’ambiente contribuisce a costruire una solida geometria dall’atmosfera plumbea, eppure venata da un tenue lirismo. E proprio la chiave più intimista del racconto rappresenta un punto debole – l’unico – del film. La sensazione, infatti, è quella che la ghost story serve da sfondo per il dramma “esistenziale” del protagonista, ma il quadro generale resta sbiadito, indeciso su quale punto focalizzare l’attenzione (e pure il ritmo, inevitabilmente, a tratti, ne risente). Si può portare come esempio la scena dell’osteria in cui Marco figura come un novello Jack Torrance all’Overlook Hotel, contrapposta a una qualsiasi delle sequenze notturne di ricerca a infrarossi.

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L’etologo, per professione, è chiamato – in un certo qual modo – a integrarsi con il mondo della natura per comprenderne il “funzionamento”, ma resta pur sempre un essere estraneo all’interno di tale realtà. Oltrepassando il guado, Marco scopre una dimensione più feroce e misteriosa di quella finora conosciuta e si rende conto di non poterne più uscire e (probabilmente) di farne addirittura parte contro la sua stessa volontà: i volti mostruosi delle gemelle (che gli abitanti del villaggio hanno occultato con sistematica crudeltà) corrispondono al volto non più riconoscibile del protagonista, il quale smarrisce la propria identità (la propria “natura”). Ma gli indizi messi in scena non consentono di approfondire un discorso di questo tipo e appaiono come un intermezzo irrisolto/indeciso che conduce all’epilogo cannibalesco della vicenda – a sua volta contrappuntato dalle ultimissime immagini delle due camicie da notte che scorrono tra le acque del fiume, richiamando l’inizio del film e conferendo un’impronta meditativa sull’andamento ciclico della storia e sulla “sostanza” dell’esistenza umana.

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Con Oltre il guado Lorenzo Bianchini dimostra un notevole grado di maturità, poiché, basandosi su un soggetto a dir poco essenziale, sviluppa (coadiuvato da Michela Bianchini in fase di scrittura della sceneggiatura) una trama connotata da elementi degni di rilievo sia a livello visivo sia a livello narrativo. Ma lascia emergere, soprattutto, la prova inconfutabile che un piccolo prodotto originale italiano, richiamando/sfruttando tratti caratteristici dei film che più hanno segnato il genere horror – sotto il profilo del successo commerciale – negli ultimi quindici anni (tre titoli, giusto per rendere l’idea: The Blair Witch Project, The Ring e Rec), è pienamente capace di affiancarsi ai più blasonati (e spesso scialbi) omologhi stranieri.

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