Come On Down – Green River – (1985)

Cover

Prima che Melvins e Soundgarden riuscissero a indirizzarsi sulla retta via e prima ancora della nascita della Sub Pop, è la più improbabile delle minuscole band dell’area di Seattle a firmare il documento storico che origina ufficialmente l’epopea grunge. Siamo sul finire del 1984 e i Green River si accingono a registrare un grezzo EP di debutto che vede la luce pochi mesi più tardi (marzo 1985), pubblicato dalla Homestead (etichetta discografica indipendente newyorkese). Lo sgangherato gruppetto, appena fondato da due giovani veterani della realtà massonica di Seattle, quali sono Mark Arm (voce) e Steve Turner (chitarra), si delinea per via di una serie di relazioni incestuose che assesta la formazione sulla base di un quintetto che comprende anche Jeff Ament (basso), Alex Vincent (batteria) e Stone Gossard (chitarra). E parliamo della più improbabile delle band, perché i Green River rappresentano una sorta di scherzo della natura che ha “il coraggio di fare schifo”[1].

Come On Down racchiude un’impensabile accozzaglia di melma metallica e svisate rock di stampo garage, colante in acidi strati di apatia nichilista, senza riuscire a distinguere il limite tra ironia e serietà. E la title track esemplifica subito il concetto, con il suo incedere pesante e vorticoso che invita l’ascoltatore a sguazzare nelle putride acque del fiume verde[2]. Gli elementi delle sei canzoni che compongono il denso amalgama del disco affondano nelle urla sgraziate e lascive di Arm, nell’intrecciarsi dell’essenziale (ma nervosa) chitarra di Turner con quella più pulita e precisa di un Gossard sempre alla ricerca del giusto riff e dell’assolo, nel basso piuttosto incalzante di Ament e nei violenti colpi sui tamburi e sui piatti di Vincent. Green_Original

Nel mezzo di questa miscela implosiva che lascia pensare a dei Black Sabbath in conserva andati a male, impiastricciati con il trucco sciolto delle maschere dei Kiss e con il suono originale dei padri fondatori dell’hard-rock Led Zeppelin e Blue Öyster Cult[3], trova pure spazio un piccolo gioiellino come “Swallow My Pride”[4] che va a costituire il primo inno grunge della storia. Del resto, tra i solchi di questo vinile d’altri tempi, si configurano, in nuce, quei pochi tratti caratteristici del futuro Seattle sound e consistenti (essenzialmente) nell’assurda commistione tra mondi che – almeno apparentemente – non possono coesistere, nel noto contrasto lento/veloce e innocuo/aggressivo dell’andamento dei brani e nelle liriche rabbiose che identificano al meglio la cosiddetta Generazione X. Jeff-Stone

Come On Down riesce a essere qualcosa di più di un semplice reperto archeologico ed è un piccolo prodotto che si lascia ascoltare ancora oggi in tutta la sua rozzezza e in tutta la sua pacchiana e genuina sfrontatezza.

[1] Nell’azzeccata definizione di Jonathan Poneman, passato alla storia come indispensabile socio di Bruce Pavitt per la nascita e la sopravvivenza della Sub Pop.

[2] La band trae spunto per il proprio nome dal tristemente famoso caso del cosiddetto “Green River Killer”.

[3] Si citano questi nomi giusto per rendere un’idea d’insieme generale e perché possono tranquillamente rappresentare i denominatori che accomunano (praticamente tutti) i musicisti della scena di Seattle del periodo in esame, ferme restando le diverse influenze dei singoli: ad esempio, all’interno dei Green River, duellano le inclinazioni punk e abrasive di Mark Arm e Steve Turner con quelle decisamente hard-rock e metal di Stone Gossard e Jeff Ament.

[4] Per certificare lo status di brano fondamentale può bastare annotare che Soundgarden (Fopp, 1988) e Fastbacks (Sub Pop 200, 1988) ne realizzano la propria “omaggiante” versione. Inoltre – e non a caso, quindi – “Swallow My Pride” è l’unica traccia del disco firmata dal duo Turner/Arm, futura spina dorsale dei Mudhoney.

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