The Borderlands – Elliot Goldner – (2013)

theborderlands

L’opera prima del britannico Elliot Goldner (regia e sceneggiatura) si attiene all’ormai consolidata grammatica del mockumentary e pone le sue fondamenta su un soggetto elementare e funzionale: un esiguo team di esperti chiamato a indagare su un presunto fenomeno paranormale. Questo input basilare potrebbe già bastare a scoraggiare la visione, specie per il pubblico di genere più smaliziato, ma The Borderlands, invece, è un film che riesce a ritagliarsi un circoscritto spazio degno d’interesse.

Tale spazio capace di intrigare lo spettatore (a un primo livello di lettura) risiede nell’ambientazione della storia, che appare quanto mai realistica, calata com’è in un’isolata e ostile dimensione rurale “moderna”, dove una minuscola chiesa di stampo medievale (elemento contrastante, in termini di costruzione, con quel poco che si può distinguere del centro abitato) risulta essere il fulcro di una comunità dai tratti disturbanti e minacciosi: i ragazzini che incendiano la pecora e la semi-aggressione che subiscono al pub i due protagonisti.

La chiesa è un luogo di culto disadorno e trascurato, all’interno del quale padre Crellick cerca di trovare l’energia per rianimare un paesino che sembra – inevitabilmente – destinato a scomparire. Eppure, la sensazione d’insieme è quella che la maggior parte dei membri della congregazione non sia affatto interessata al “recupero” dell’attività religiosa. La scena in cui un anziano dall’aspetto a dir poco torvo attende la moglie al di fuori della chiesa dimostra chiaramente quanto ci si voglia tenere il più possibile alla larga dall’edificio e quanto non si voglia interagire con il parroco: insomma, è proprio come se gli abitanti siano a conoscenza di un segreto che non vogliono condividere con nessuno (nemmeno con Crellick).

L’alternarsi del giorno e della notte scandisce uno scorrere del tempo che acuisce una sorta di deformazione dello spazio, il quale diventa sempre più angusto e scuro, mentre persino gli esterni solari si “restringono” ed evidenziano i segni irreali dell’orrore che sta per abbattersi sui malcapitati protagonisti: la distratta soggettiva di Gray che consente di notare il trasformarsi delle iscrizioni su una lapide fuori della chiesa. Il piccolo cortile della struttura, poi, è al centro di un paio delle sequenze diurne più riuscite del film: l’aggressione del cane e il suicidio di Crellick.

Fin qui ordinaria amministrazione gestita in maniera sapiente, con i vari elementi ben posizionati e distribuiti, coadiuvati da una scenografia naturale che conferisce (quasi autonomamente) l’adeguata atmosfera di tensione in crescendo che culmina in un epilogo di claustrofobica efficacia. Ma lo spazio in cui il prodotto di Goldner trova realmente quel gradino che riesce a farlo emergere dall’anonimato si trova nella struttura portante dell’impianto costruito, ossia quella dello sviluppo di una trama che richiama la tradizione della letteratura lovecraftiana[1] attraverso l’interazione di tre caratteri adulti (e piuttosto solidi) delineati per confrontarsi con religione, scienza e occulte cosmogonie disperse nelle pieghe del tempo.

Deacon, Gray e Mark non formano il solito gruppetto imberbe gettato in pasto alla mostruosità di turno, ma rappresentano le diverse sfaccettature (non certo approfondite e seriose[2]) di un argomento filosofico che attanaglia la natura umana dagli albori del tempo e che nella terra (intesa anche come pianeta) affonda le proprie radici. Perché è proprio in questa terra, il territorio delimitato nel quale indagano, che essi sono irrimediabilmente inghiottiti, trovando (forse) la risposta ai loro interrogativi.

[1] Il diario di Mandeville, il territorio “maledetto” e l’eterna lotta tra nuove e antiche “divinità” sono tutti elementi specifici della produzione del famoso autore americano.

[2] Lo spassoso Gray è un punto focale della vicenda. Appare come una sorta di simpatico e pacifico personaggio dissacrante: ed è, tuttavia, più propenso a “credere” rispetto ai suoi colleghi, ponendosi, così, esattamente in mezzo all’etica di Deacon e alla pragmatica indole di Mark, il quale vuole imprimere un carattere moderno all’istituzione religiosa che professa.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...