Mud – Jeff Nichols – (2012)

Jeff Nichols è uno scrittore western e la storia di Mud ce lo conferma[1]. Ambientato lungo le rive selvagge di un fiume grigio che rappresenta territorio di confine (nel naturale scenario dell’Arkansas – Nichols è nativo di Little Rock), il terzo film del regista americano sembra porre lo spettatore di fronte alle pagine di un romanzo di Cormac McCarthy. La legge (non solo quella istituzionale, ma anche quella che regola la vita) è ingiusta e gli uomini che si insediano sulle sponde del fiume cercano la propria dimensione individuale al di fuori di essa, rispettando i propri barconi-abitazione e rifiutando la vita (sub)urbana. La donna è un essere mitico per il quale bisogna lottare, ma gli abitanti del fiume non ne riconoscono più il concreto ruolo di fulcro del nucleo familiare e guardano soltanto allo scorrere dell’acqua in silenzio.

Ellis e Neckbone sono i figli di questa piccola comunità di emarginati[2] e vivono la vicenda con gli occhi e lo stato d’animo propri dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui tutto è avventura e scoperta e ingenuo idealismo. Sono la controparte reale di Mud[3], il simbolo per eccellenza del territorio in cui stanno crescendo, il fuorilegge che vive in mezzo a un’isola del Mississipi nell’attesa di riuscire a fuggire (una volta per tutte) con la donna amata. Ma Mud si trova in uno stato di esilio (in una sorta di limbo – e il riferimento religioso è di rilievo, come avremo modo di vedere più avanti), perché è entrato in rotta di collisione con il mondo urbano: è diventato oggetto-soggetto di una spietata caccia all’uomo che scaturisce da un profondo sentimento di vendetta familiare.

Ancora una volta Jeff Nichols ci mette davanti a personaggi “segnati” (letteralmente – vedere sotto la voce “tatuaggio”, ma non solo) da un’esistenza fortemente incanalata nel senso del fatale. La vendetta fraterna ci riporta dalle parti di Shotgun Stories, mentre tutti i riferimenti religioso-superstiziosi (le croci sotto i tacchi degli stivali, i serpenti e i falò contro sfortune e maledizioni) sono tentativi di creare un rifugio in grado di proteggere ciò che si ha di più prezioso (la propria amata – e, di riflesso, il proprio nucleo familiare) e questo ci fa pensare a Take Shelter. Mud, tuttavia, è una storia di passaggio da una condizione di innocenza a una di consapevolezza (della vera natura del mondo che ci circonda, più che di sé stessi). Juniper rappresenta il simbolo ideale della ricerca e (proprio in quanto ideale[4]), non appena si confronta con la realtà, si rivela come il morso di un serpente velenoso.

La regia di Nichols conferma uno sguardo “distaccato” dalla vicenda (nonostante la componente emozionale del racconto sia di basilare importanza) e restituisce sempre una messa in quadro essenziale e raffinata al tempo stesso, senza enfatizzare nulla: è sufficiente seguire frontalmente un assorto Ellis, seduto sul retro del furgoncino del padre, mentre percorre la strada che attraversa la piccola cittadina che detesta; bastano delle semplici panoramiche in mezzo agli arbusti selvatici e qualche lento carrello che si avvicina (oppure si allontana) dalle sponde del fiume; possono essere più eloquenti di mille altre immagini le ricerche di Galen sul fondale fangoso. Una regia completata dall’ottima fotografia del fido Adam Stone, che è capace di acuire (senza, però, appesantire) tutte le tinte crepuscolari e “fumose” della narrazione, e dal commento sonoro di David Wingo di matrice country (aggiornato in chiave alternative rock) che asseconda il ritmo compassato dello scorrere dei fotogrammi.

Le vicende che riguardano Ellis e Mud procedono parallele. E dopo che il ragazzo viene morso dal serpente (lo stesso morso subito in gioventù da Mud), soltanto allora, è pronto ad accettare la distruzione del barcone-abitazione in riva al fiume e il trasferimento in città per cominciare una nuova vita (ma non è sempre la stessa?). Per quanto riguarda Mud, invece, egli è pronto ad abbandonare l’isola soltanto dopo aver deciso di lasciare Juniper; e si tratta di una sorta di rassegnata accettazione delle cose che gli consente di giungere (finalmente), in maniera serena, alla foce del fiume[5]. L’epilogo della storia riesce a essere, però, consolatorio/riparatore (così come accade in Shotgun Stories) in tutto il suo ratificare la sensazione di fatalità dell’esistenza umana: perché se da un lato è vero che Ellis è calato in una nuova realtà e deve provare a percorrere una nuova strada in compagnia di una [nuova] donna amata[6], dall’altro lato è altrettanto vero che l’immagine conclusiva di Mud e Blankenship, in prossimità del mare, rimanda a un concetto di consapevole (seppur malinconica) libertà più che a uno di rassegnazione alla solitudine e alla sofferenza[7].

 

[1] Non è certo un caso se una delle prime immagini che possiamo immagazzinare è quella di due colt 45 appese a una mensola.

[2] I genitori di Ellis sono prossimi alla separazione, mentre Neckbone non li ha mai conosciuti e vive con uno zio: Galen, interpretato da Michael Shannon, il quale già si può definire attore feticcio di Nichols – non a caso interpreta il ruolo di una sorta di guru hippie del fiume.

[3] Mud non è un semplice orfano, ma un bambino che viene trovato nella foresta ed è quindi un frutto della terra stessa in cui vivono Ellis e Neckbone.

[4] La donna ha tatuati sulle mani degli uccelli e quando Mud ne parla per la prima volta, egli volge lo sguardo al cielo e mima il gesto del volo con le mani – quasi a dimostrare di essere consapevole di stare vivendo un’illusione e di quanto siano aleatorie le proprie azioni.

[5] E Mud è accompagnato in questo viaggio da Blankenship, l’uomo che può considerare come un padre e che condivide con lui un destino più o meno analogo. Non a caso, Blankenship è la figura più solitaria e misteriosa che vive in riva al fiume.

[6] May Pearl, naturalmente, rappresenta la Juniper di Ellis.

[7] Del resto siamo nel Delta del Mississipi ed è qui che il blues trova le sue radici per germogliare in un magnifico albero.

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