L’inglese per l’italiano

Ieri sera, nel mezzo del cammin di vicoli bui, nei quali sono stato condotto, in maniera distratta, da una voce distante e dalle metalliche tonalità orientali, benché un noto affabulatore mi assicurasse che si trattava di linguaggio italiano (ma ho seri dubbi a riguardo, poiché poca – o nulla – fiducia ripongo nel personaggio che elargiva con sicurezza tale assicurazione) e nonostante nella mia mente già si formassero le immagini di incomprensibili (ma gradevolissimi) ideogrammi, ho scoperto l’esistenza di orribili realtà che pensavo potessero essere associate soltanto al mondo del teatro, tanto assurde esse si mostravano.

Attanagliato dalla mia dolce compagna Claustrofobia, incontrata lì per caso (e che subito mi si è avvinghiata addosso), percepivo sempre più di essere indirizzato in cunicoli sotterranei nei quali sapevo la mia imperizia sarebbe stata costretta a confrontarsi con quella di un serio perito, rendendo la mia imminente paralisi ancora più traumatizzante. Mi si è dato a intendere che il perito in questione non potesse insegnare una determinata materia, perché troppo erudito nella materia stessa e che, quindi, deve limitarsi a insegnare soltanto l’inglese, la qual cosa (devo ammetterlo) mi ha lasciato, inizialmente, perplesso (e depresso).

Ma quando sono riuscito a svicolare (grazie alle mie inesauribili risorse), da quegli angusti spazi deformanti il vero, ho riguadagnato la luce e l’aria fresca. E ho compreso che l’orrore fa solo parte degli incubi notturni e che i bambini e i più giovani studenti italiani sono al sicuro, ché tanto l’inglese non lo parla più nessuno, neanche gli americani. E che declamare versi come “Workflow” può essere più che sufficiente per sentirsi socialmente adeguati.

Sussiste, invero, un mistero, devo riconoscerlo – e non può non essere legato all’oriente. La voce metallica che mi ha condotto negli inimmaginabili squarci di inferi metropolitani. Ma non tutto è spiegabile e alcune cose vanno accettate per quelle che sono: del resto, non si tratta di perizia matematica. E la sostanza, se si vuole comunque giungere all’intendimento di qualcosa, risiede sempre nel solito patto luciferino: l’inglese per l’italiano (ma chi ha stretto l’accordo s’è fatto fregare, perché voleva l’italiano e ha ottenuto l’inglese).

Nota a margine

Il video non ha attinenza col testo che non ha attinenza col teatro (inglese e non) che non ha attinenza con l’inglese (in quanto, almeno apparentemente, in italiano) che non ha attinenza … (vabbe’, ci siamo capiti).

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