The Canyons – Paul Schrader – (2013)

Christian/Tara/Ryan è un triangolo sentimentale che coinvolge le dinamiche di un universo decadente, il quale, già di per sé (e cosa ancor più drammatica), basa la propria essenza sul vuoto. In un tale contesto, i sentimenti che provano questi personaggi sono distorti ed essi li possono vivere solo in maniera immorale, interpretando ruoli che si rivelano essere, spesso, più grandi di loro. I protagonisti della vicenda, infatti, non possono abbandonarsi alla reale/ideale natura dell’amore che vorrebbero seguire, perché sono immersi (e forse sarebbe preferibile dire “sommersi”) in un ambiente sociale dove gli unici spazi disponibili per relazionare/comunicare sono ridotti a piccoli dispositivi multimediali e dove – soprattutto – ci si adegua, sempre più meccanicamente, a una sopravvivenza che persegue valori tanto inutili quanto devianti.

Bastano le immagini d’apertura e chiusura della pellicola per ratificare il concetto di decadenza e assenza – nonché di rigoroso vuoto. E si tratta solo dei titoli di testa e di coda: strade desolate e sale cinematografiche abbandonate, in stato di disfacimento. In mezzo vi troviamo i set dove si svolgono le riprese delle performance recitative dei personaggi. E non possono che essere i luoghi in cui essi consumano/deturpano i sentimenti che credono di provare (o che vorrebbero provare): una camera da letto adeguatamente illuminata per un indifferente rapporto sessuale di gruppo, oppure una piccola vasca da bagno in giardino all’interno della quale si sogna un’altra “location” e un altro tipo d’intimità (Gina e Ryan ambiscono a qualcosa di più lussuoso, attraverso la realizzazione lavorativa, ma Ryan – a differenza di Gina – concepisce, ormai, soltanto l’amore nei confronti di Tara).

Christian si muove – ed è visto – come fosse una sorta di deus ex machina di un circuito produttivo cinematografico ridotto ai minimi termini: lo sfondo di qualcosa che è stato e non è più, l’ombra in dissolvenza di sé stesso. Si deve girare in Messico (un luogo che non suscita affatto idee hollywoodiane) e il genere è l’horror, la qual cosa lascia aleggiare nell’aria, già di per sé carica di tensione, la sensazione che possa accadere qualcosa di scioccante in qualsiasi momento[1]. Ma la posizione di magnate ricoperta da Christian è esclusivamente legata all’ingombrante figura paterna che potrebbe chiudere i rubinetti finanziari improvvisamente, rendendolo – di fatto – un personaggio ancora più fragile degli altri: la nevrosi paranoica che lo attanaglia (e che si trasforma in disturbante perversione omicida[2]) è assimilabile all’incapacità di comprendere la solitudine umana che ci circonda, rasentando l’apatia più pura.

Tara è la figura centrale della vicenda, la quale rappresenta oggetto del contendere. L’ex modella è in balia di uno stile di vita al quale non è in grado di rinunciare neanche di fronte a un evidente inaridimento emozionale: il suo piegarsi alla volontà e ai desideri malsani di Christian la conducono verso una deriva psichica alienante. Non prova più alcuna passione per il cinema, poiché non vengono più prodotti film capaci di far vibrare l’animo ed è vittima consapevole (e inerme al tempo stesso) di questo “nuovo” cinema che Christian ritiene di poter dominare e all’interno del quale Ryan, invece, vuole entrare con determinazione aberrante e priva di scrupoli.

Paul Schrader è costantemente addosso ai suoi protagonisti. Ne esplora crudelmente la fisicità e li segue nel loro vagare da perfetti automi tra le strade di un ambiente losangelino invaso da un’atroce glacialità – anch’essa “splendidamente” inquadrata dal direttore della fotografia John DeFazio. E tutto l’impianto è sostenuto da un commento sonoro abbastanza minimale (e ad alta gradazione indie) – per lo più elettronico – che contribuisce alla costruzione di sensazioni di frammentarietà e ineluttabilità. Lo scorrere del tempo con i giorni indicati in sovrimpressione, infatti, non conduce a nulla: potrebbe essere trascorsa una settimana così come un anno e i protagonisti seguitano a restare soli all’interno di un mondo dove non si farà alcun film.

[1] Considerando, poi, che lo sceneggiatore è lo scrittore Bret Easton Ellis, tale informazione dovrebbe essere più che sufficiente a corroborare determinate aspettative da parte della visione dello spettatore.

[2] Ma il fascino della situazione è dovuto all’idea che s’insinua immediatamente nella mente dello spettatore, sin dalla prima scena, ossia quella che Christian viene identificato come uno psicopatico assassino – quando, in realtà, non lo è (o, almeno, non lo è ancora).

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