Alléluia – Fabrice Du Welz – (2014)

La storia di Gloria e Michel è un’aberrante vicenda di degradazione umana, vissuta – però – come se fosse una sorta di percorso di ascesi spirituale all’interno di un mondo concreto, incapace di comprendere e accettare. Ispirata ai tragici episodi riguardanti la coppia criminale “Raymond Fernandez e Martha Beck” (che compie una serie di omicidi alla fine degli anni ’40), la trama del nuovo film di Fabrice Du Welz dipana una scrittura che conferma l’attitudine del regista belga a indagare la natura più intima dei suoi protagonisti stravolgendo il contesto realistico in cui essi sono chiamati ad [inter]agire, perché è soprattutto attraverso lo sguardo di Gloria che possiamo distinguere i contorni di un mondo allucinante in tutta la sua cruda verità, dove la ricerca di un sacro nucleo familiare diventa assolutamente disperata.

Questo concetto può essere esemplificato da uno dei momenti iniziali della pellicola, in cui vediamo Gloria intenta a pulire il corpo di un morto, destinato all’obitorio. La donna, a un certo punto, fissa lo sguardo in camera e appare assente (o rassegnata), poiché la sua realtà è quella di dover dedicare la propria esistenza alla cura del vuoto (cosa c’è dopo la morte?): un mondo, dunque, freddo e privo di vita – come la sala mortuaria dove lavora[1]. E c’è un duplice aspetto interessante in questo piccolissimo segmento, perché Gloria osserva gli occhi del cadavere e lo spettatore è posto nella soggettiva condizione di corpo morto che risponde allo sguardo della protagonista, ma è (ovviamente) soltanto un elemento passivo che nulla può[2].

Quando Gloria incontra Michel, oltre a innescarsi il dramma del racconto, si cominciano a mescolare tutti quei dettagli che configurano un sottotesto religioso, il quale – inevitabilmente – imprime i connotati spirituali di cui sopra[3]. Nella vita della donna torna la passione (vedere il brindisi tra i due protagonisti al primo appuntamento) e il suo volto assume una quasi costante espressione estatica[4]. Ma la visione mistica è legata esclusivamente a Michel, l’uomo in grado di accendere la passione, colui che – in qualche modo – sostituisce anche Monique (la figlia di Gloria). E Michel (così come l’arcangelo Michele – pur ribaltando il concetto tra bene e male) si dimostra pronto a seguire e difendere Gloria. Ci sono, poi, Solange (il cui nome rimanda a un significato proprio di solenne religiosità) e sua figlia Eve. Superfluo, invece, annotare il titolo del film, Alléluia, che già di per sé equivale a pregare/invocare Dio.

Fabrice Du Welz ha un’unica soluzione a disposizione per indagare la natura intima di questa vicenda ed è quella di usare tanta camera a mano e di seguire esclusivamente i suoi personaggi che occupano (inevitabilmente), quasi sempre, l’intero quadro. Non c’è spazio per i luoghi; è un dramma psicologico che angoscia e disturba: ci sono solo porzioni di location (le abitazioni e la fattoria – essenzialmente) e sempre filtrate dagli sguardi e dalla presenza di Gloria e Michel. Ed è così che alcuni colori dominanti assumono contorni narrativi pregnanti: il rosso della passione [religiosa], del sangue (vita e morte) e della luce infernale cui sono auto-destinati l’uomo e la donna; il nero che oscura sempre più la folle natura di un rapporto depravato; il giallo e il blu che sottolineano l’aridità e il livore della vita di Gloria; il bianco, in maniera magari meno evidente, si può legare, invece, al cinismo di Michel.

Vale la pena, tuttavia, soffermarsi sulla sponda religiosa del racconto, poiché si possono riscontrare ulteriori dati di rilievo, cominciando dalla figura maschile protagonista. Michel si affida a un rituale pagano che ha a che fare con elementi naturali terrestri (essenzialmente il fuoco) per richiedere il favore delle forze divine. E se in passato questo tipo di rituali concernono principalmente la produttività della fondamentale attività agricola di sussistenza, per Michel – invece – si tratta di esaudire i desideri imposti dall’attuale società: denaro e autonomia[5]. Michel, inoltre, ha una cicatrice sulla testa che lo fa soffrire di terribili mal di testa: particolare, questo, che riconduce alla mitologica emicrania di Zeus[6]. E così come la nascita di Atena dal cranio di Zeus può essere considerata come una sorta di ravvedimento (e di presa coscienza) del re degli Dei dell’Olimpo, anche il gesto finale di Michel che consente la libertà di Eve può essere assimilabile a un atto di redenzione, con la bimba che rappresenta – evidentemente – l’unica speranza per un futuro diverso e migliore[7]. E sono proprio le due bambine della storia a costituire il fulcro sacro del nucleo familiare. Monique rappresenta, prima dell’arrivo di Michel, l’unica ragione di vita di Gloria, mentre Eve (come suddetto) è colei che spinge Michel al cambiamento – anche se tale trasformazione non si completa, perché ormai è impossibile tirarsi fuori dalla spirale discendente. Monique viene affidata alle cure di Madeleine (altro nome biblico[8]) e scompare dall’esistenza di Gloria, mentre Eve è l’unico personaggio capace di riconoscere l’essenza malvagia di Gloria (donna inadatta, quindi, a poter far parte di una famiglia). Infine, si può anche ragionare su Gabriella, il cui nome rimanda all’arcangelo Gabriele, sorta di braccio esecutivo di Dio: la donna è una benefattrice che deve decidere se aiutare o meno (col proprio denaro) l’attività caritatevole in Congo promossa da Gloria e Michel, mentre in chiesa si citano passi evangelici che affermano – sostanzialmente – la bontà gratuita dell’altruismo cattolico.

Lo scontro/incontro tra il rituale pagano di Michel e il cerimoniale religioso del matrimonio di Gloria, attraverso i quali i due si sposano, appaiono come via di salvezza [spirituale], ma costituiscono – in realtà – vera e propria discesa infernale. Gloria, che già una volta ha rinnegato il valore dell’unione matrimoniale (le foto del marito col volto cancellato), si ritrova a rinnovarne le promesse, disgregando definitivamente la sua famiglia (perché Monique non fa parte di questa nuova unione). Michel, invece, rifiuta la possibilità di creare un nucleo familiare (vedere anche il rapporto incestuoso con la madre cui è costretto da ragazzo) in favore del suo sogno commerciale[9]. Ci ritroviamo, così, di fronte a un legame tra l’asettica routine quotidiana di Gloria e l’attività imprenditoriale priva di scrupoli di Michel che può solo generare un mostro perverso.

[1] Nella scena del cinema Michel evidenzia questa particolare caratteristica di Gloria, la quale non riesce a vedere niente: è come se la donna fosse incapace di distinguere sensazioni e sentimenti circostanti; per lei il mondo è un grande obitorio.

[2] Costretto a sua volta a osservare e a vivere la realtà rappresentata, si immedesima in una situazione che percepisce come anomala, ma che grazie a – o per colpa di – Gloria può riconoscere come verosimile.

[3] Du Welz già in Calvaire (2004) e Vinyan (2008) “gioca” molto con l’invocazione e il rapporto col divino, consentendo una riflessione essenziale sia sulla natura ciclica dell’esistenza umana sia sulla condizione prevalentemente corrotta dell’odierna società.

[4] È interessante evidenziare la funzione del nome “Gloria” nell’accezione religiosa del termine e anche un particolare del film Calvaire: Laurent Lucas (in Alléluia nei panni di Michel) interpreta il ruolo di un personaggio (Marc) che tramuta – suo malgrado – egli stesso in “Gloria”.

[5] Michel necessita di denaro perché vuole intraprendere un’attività in proprio che gli consenta di non dover dipendere da qualcuno, ma è pure l’intraprendere un percorso che esclude la possibilità di costruire una famiglia. Non a caso, l’uomo appare disposto ad abbandonare il suo culto soltanto quando incontra Solange e la serena dimensione agreste in cui la donna vive con sua figlia Eve.

[6] Zeus cerca di evitare il concepimento di Atena, impaurito dal possibile avverarsi di una profezia che vuole sua figlia in grado di usurpargli il regno dei cieli, fino a quando è costretto a liberarsi dal dolore che la stessa Atena gli causa tramite un colpo d’ascia che gli “apre” la testa. È possibile riscontrare, pertanto, un parallelo con l’atteggiamento (per buona parte del film) anti-prole di Michel.

[7] Del resto, la “Eva” biblica (a prescindere dal concetto di peccato, di bene e male) è la figura che può essere usata per rappresentare l’origine dell’umanità.

[8] La peccatrice che si dimostra più ricettiva dei buoni credenti ad accogliere la grazia e l’insegnamento di Dio.

[9] Emblematico, in tal senso, il segmento con Marguerite dove un negozio viene esplicitamente paragonato a un figlio.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...