L’ultima casa a sinistra – Wes Craven – (1972)

All’inizio degli anni 70 Wes Craven è un trentenne appassionato di cinema che apprende i fondamentali del mestiere operando da factotum in una piccola casa di produzione (abbandonando la propria attività d’insegnante) e quando incontra il regista/produttore Sean S. Cunningham ha modo di cominciare a lavorare seriamente nell’ambiente. Assieme a Cunningham, infatti, si occupa della realizzazione di un finto documentario improntato sulla vita sessuale degli americani: Together (1971)[1], che gli mostra la via per tentare qualcosa di diverso tramite il low-budget. Ed è alla luce di questa esperienza che il connubio Craven/Cunningham (rispettivamente regia e produzione) giunge a mescolare Ingmar Bergman con la realtà indipendente “vietata ai minori” con la quale ha a che fare.

L’ultima casa a sinistra è un prodotto controverso che riscuote un ottimo successo commerciale (rapportato all’irrisorio costo di realizzazione – pari a 87.000 dollari). E controverso anche per lo stesso Wes Craven, il quale torna alla regia soltanto nel 1977 con Le colline hanno gli occhi, dove riesce a bilanciare in maniera più congeniale l’uso della violenza. Di fronte a un’opera di debutto della quale l’autore (più o meno) si pente e allo status di cult-movie che essa ha assunto nel corso degli anni ci si rende conto che questa, evidentemente, non rispecchia a pieno le reali intenzioni di chi l’ha prodotta – o che, comunque, gli sia sfuggita di mano.

Per il primo film di Craven oggi si potrebbe spendere la definizione torture porn (e considerato il background x-rated del regista in quel momento, l’idea è più che azzeccata) anche se, con tutto quello che è accaduto nel tempo in termini di splatter al cinema, L’ultima casa a sinistra può apparire quasi innocuo. In realtà, le scene riguardanti l’omicidio di Phyllis e quelle dello stupro di Mari (con conseguente uccisione della stessa) conservano – intatta – tutta la loro brutale efficacia. La crudeltà realistica della pellicola, collocata all’inizio di quei 70 americani[2], è oltremodo scioccante. Del resto, se L’ultima casa a sinistra diventa un modello di riferimento e scuote tanto pubblico e critica, non è certo perché la violenza messa in scena è fine a sé stessa. Esistono dei precedenti al film di Craven, in ambito gore, che si possono ricondurre, essenzialmente (per importanza), ad alcuni fondamentali titoli di un altro regista americano, ossia Herschell Gordon Lewis[3], ma L’ultima casa a sinistra è connotato da un’atmosfera di ferocia talmente naturale (e verosimile) da risultare disturbante in maniera viscerale: quelle interiora che Sadie estrae dal corpo di Phyllis e trattiene tra le mani.

Inoltre, Wes Craven trae spunto da un riferimento piuttosto colto ed estraneo a certe dinamiche produttive e narrative che consente al suo film di debutto di configurarsi diverso dagli altri ai quali può essere accostato. Il regista, infatti, trasferisce la trama de La fontana della vergine (1960) di Bergman[4] in un contesto contemporaneo in cui droga, censura, e decadenza sociale[5] rappresentano l’aberrante trasformazione del mondo messo in scena – che è quello reale e attuale [dell’epoca]. La controcultura hippie ha fallito o, comunque, ne viene distorta la visione: Krug & Soci sono dei figli dei fiori malati e corrotti, mentre Mari e Phyllis vivono ancora una genuina illusione. I genitori di Mari, che condannano la violenza nei film e la diffusione di un certo atteggiamento disinibito dei giovani, si tramutano in mostruosi carnefici ed è quasi impossibile distinguere dove sia il “male”: l’unica certezza è la distruzione di una giovane vita innocente.

Se si vuole azzardare, invece, un’idea più tortuosa, ma non certo campata in aria, si può guardare a un film di David E. Durston (I Drink Your Blood, 1970), la cui uscita precede di quasi un anno la realizzazione de L’ultima casa a sinistra[6]. Durston offre gambe, mani e teste mozzate, ispirandosi palesemente al caso Charles Manson (fresco di cronaca – in quel momento storico), ma si tratta di una truculenza “esagerata” che mira esclusivamente all’effetto in sé, nell’ambito di una dimensione più parodistica che altra. Dove si potrebbe riscontrare un “legame” con la pellicola di Craven, invece, è nel modo di mettere in scena una certa “visione” della moralità sessuale e dell’uso di droghe[7]. L’accozzaglia hippie di I Drink Your Blood[8] è surreale rispetto alla banda di Krug Stillo, ma quest’ultima (nel film di Craven) agisce come se ne fosse il reale degenere prodotto.

E la forza de L’ultima casa a sinistra risiede anche in un certo gioco di contrasti riusciti; il montaggio che alterna (nella fase iniziale) uno squarcio urbano con l’ambiente boschivo naturale [e selvaggio] e le scene di stampo comedy con lo sceriffo e il suo assistente per protagonisti – rappresentanti di un mondo delle istituzioni totalmente incapace di affrontare la realtà sociale circostante. Su tutto, però, è il commento sonoro composto e interpretato dall’attore David Hess/Krug Stillo (coautore Stephen Chapin) a conferire un’atmosfera particolarmente straniante all’insieme. Il sapore lievemente psichedelico ed etereo di The Road Leads To Nowhere e Wait For The Rain, che accompagna le immagini più scioccanti e drammatiche, è esemplificativo.

Con questa pellicola Wes Craven apre, senza ombra di dubbio, la porta al massacro texano di Tobe Hooper[9] e (nel bene e nel male) a un nuovo modo di concepire i prodotti di genere. Si pone (come suddetto) su un piano diverso rispetto ai film più sanguinolenti del periodo ed estremizza la strada già intrapresa da La notte dei morti viventi (1968) di George Romero e da Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polanski – due opere che non possono non considerarsi antesignane di un moderno atteggiamento horror. L’ultima casa a sinistra, infine, getta le fondamenta per il film che consacra definitivamente Wes Craven nel 1984, ossia Nightmare – Dal profondo della notte: Krug è a tutti gli effetti il padrino di Freddy Krueger e le trappole anti-uomo piazzate nell’epilogo possono essere lette come un’autocitazione (o auto scopiazzatura).

Nota a margine

Un’ultima postilla da annotare riguarda ciò che accade in Italia in quei primi anni 70. Grazie soprattutto a due nomi fondamentali quali quelli di Mario Bava e Dario Argento, si comincia a sviluppare un strada horror piuttosto personale. Nel settembre del 1971 (quindi, grosso modo, quando sta per essere girato L’ultima casa a sinistra) arriva in sala Reazione a catena di Mario Bava, film oggi annoverato tra i precursori del cosiddetto slasher-movie. Questa pellicola, tuttavia, arriva negli Usa solo nel maggio del 1972 ed è quasi impossibile immaginare una qualche forma di “associazione” tra i due prodotti. Si segnala la cosa, semplicemente perché Sean S. Cunningham è colui che avvia la fortunata saga di Venerdì 13 nel 1980, ispirandosi (tra l’altro) proprio al lavoro di Mario Bava, ma è evidente che (salvo clamorose rivelazioni) Reazione a catena non possa essere stato un punto di riferimento per L’ultima casa a sinistra.

[1] Per sua stessa ammissione (vedere il documentario Inside Deep Throat, 2005), Wes Craven ha contribuito alla scrittura e al montaggio di diverse pellicole x-rated. E sembra abbia ricoperto qualche ruolo non accreditato per lo stesso Deep Throat (1972).

[2] Gli Usa sono “bombardati” dalle immagini della guerra del Vietnam e la controcultura hippie è ben avviata a sparire/cambiare in seguito agli omicidi legati alla “Famiglia” Manson e a quello di Meredith Hunter durante l’esibizione dei Rolling Stones all’Altamont Free Concert in California.

[3] Lewis può essere considerato a tutti gli effetti il padrino del genere splatter. Vale la pena citare almeno la sua (ormai così nota) “trilogia del sangue” costituita da tre pellicole rilasciate tra il 1963 e il 1965: Blood Feast, Two Thousand Maniacs! e Color Me Blood Red.

[4] I punti di contatto con la pellicola del maestro svedese si evidenziano soprattutto nella scena dello stupro (a livello visivo si compie una vera e propria citazione), nella tematica della vendetta spietata e nel contrasto tra due nuclei familiari divisi dalla condizione sociale (ricchezza e povertà). Quest’ultima, tuttavia, in Craven si distingue più che altro in conformismo [borghese] e anticonformismo [che degenera irrimediabilmente in criminalità].

[5] Craven dichiara di essere stato “ispirato” anche dalla visione di un documentario inerente la guerra del Vietnam.

[6] Le riprese vengono eseguite in poco più di 30 giorni tra l’ottobre e il novembre del 1971.

[7] Vale la pena evidenziare le scene in cui il dottore del paese è costretto ad assumere una pasticca di LSD e una sgualdrina [chi scrive si trova a disagio a utilizzare il termine “sgualdrina”, ma non riesce a trovare altro per identificare la figura del personaggio in questione] prova ad adescare suo nipote.

[8] Un pellerossa, un nero, una sgualdrina [vedi nota precedente] e una sorta di fattucchiera orientale.

[9] Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre, 1974): vedere il finale in cui il padre di Mari si vendica armato di motosega, ma anche la scena della cena.

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