The Innkeepers – Ti West – (2011)

L’horror come un piccolo albergo ubicato in un’abbandonata zona di periferia, dove all’interno delle sue stanze sembra sia disponibile solo spazio per la parodia. Ma la realtà è un’altra e non bisogna giocare gratuitamente con certi ambienti chiusi, poiché la misteriosa essenza che vi si annida è sempre in grado di manifestare la propria terrificante efficacia. Con The Innkeepers il giovane autore americano Ti West (classe 1980, regia/sceneggiatura/montaggio/produzione – e a volte direttore della fotografia e anche attore) dimostra quanto sia importante avere rispetto per il genere, restando aderente a un codice universale ormai assimilato e irrinunciabile (nell’ambito di quella stanza chiusa) per riuscire a imprimere una piccola impronta e a destare interesse senza strafare.

Mettiamo subito in chiaro che la pellicola di West non ha connotati entusiasmanti, ma ci pone di fronte a un prodotto assolutamente gradevole da guardare e degno di nota. Del resto, già nei suoi precedenti lavori, il regista lascia trasparire una pressoché “totale sottomissione” a un determinato contesto horror. In The House of the Devil, in particolare, compie – addirittura – quella che può essere definita una rigorosa operazione filologica: film ambientato all’inizio degli anni 80, ma (soprattutto) realizzato esattamente come se fosse pellicola di quel periodo e che attinge a piene mani dai titoli più (o meno) famosi – omaggiandoli.

The Innkeepers delimita, invece, il proprio perimetro d’azione nello spazio riservato alle “canoniche” storie di fantasmi e case infestate, ma si sofferma su accenti narrativi che tendono quasi a creare una rassicurante atmosfera da sit-com, grazie anche alle riuscitissime interpretazioni dei due caratteri principali: Sara Paxton/Claire e Pat Healy/Luke. E, ciononostante, la fotografia di Eliot Rockett tinge fondali che restituiscono sensazioni di lividezza e attesa pressoché costanti (d’altronde si ha a che fare con la morte). Quest’impianto costruisce nel migliore dei modi un epilogo tragico piuttosto inaspettato, anche grazie a lenti movimenti di macchina che per lunghi tratti del racconto lasciano presagire/aleggiare una presenza ultraterrena presunta, oppure innocua.

La trama, suddivisa in capitoli “incorniciati” da titoli che richiamano il cinema muto, rimanda – seppure superficialmente (e non nell’accezione negativa del termine) – ai racconti gotici delle origini del genere horror, così come i titoli di testa che narrano la storia dell’albergo (protagonista immobile della vicenda) lasciano pensare alla nascita e allo sviluppo di un certo tipo di cinema, esplorandone ambienti che sembrano dissolversi e mutare, ma che conservano intatto tutto il proprio terrificante mistero.

L’intenzione, in definitiva, appare quella di voler decostruire determinati meccanismi ben consolidati e funzionanti, salvo riconoscerne l’universale e immortale efficacia nel finale. Siamo di fronte a oscuri segreti custoditi in cantina che devono restare tali e alla conferma che quando sbatte la porta di quell’ambiente chiuso, lo spettatore sempre sobbalza un pochino sulla poltrona.

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