Un altro me

Mi segno ancora il viso con le dita, perché non voglio indossare una maschera [ma crearla]. E il colore è forte e pieno, ma l’atmosfera, invece, è sempre più scura. Assumo le sembianze di un rettile che barcolla avvelenato [da ]. Il viso che vedete è proprio il mio, ma è necessario un altro me.

Una caduta è – comunque – rovinare al suolo e il tappeto è di tavole di legno. E mi schianto la schiena ogni sera. Ogni giorno sono frantumi d’ossa [ogni dannato e santificato giorno]. Al seguito di un carrozzone dove si è sempre alla ricerca d’oro.

Il mio ring è come un dispositivo musicale: il tappeto è grancassa e le corde sono quelle da chitarra. Tutti i miei attacchi sono un assalto di armonia autentica ed elettrizzata. Una danza in croce che inchioda a terra.

Insinuano che non sappia suonare ed è vero, ma è soltanto bile. Perché so estrarre dal ring, esattamente, il suono che voglio [e posso anche estremizzarlo]. Vado oltre: ho un’intera arena a disposizione. Il ring è il centro, ma non un limite. Così esaurisco il sudore e me stesso. Sono la belva che dissangua in gabbia – in uno spettacolare stato di cattività autoinflitta.

Fino a quando non esco: fuori scena. Chiuso nella locker room. Solo, con tutto ciò che ho dato (e a prescindere dal risultato che ho conseguito). Quando tutto è finito, fuorché la finzione.

Vagamente ispirato alla canzone del video sopra, alla figura del Charismatic Enigma Jeff Hardy e al film “The Wrestler”

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