The Sacrament – Ti West – (2013)

Nell’ormai lontano 1999 (2000 per l’Italia) il terrificante The Blair Witch Project riesce a incassare tanti – ma proprio tanti – soldi ai botteghini delle sale cinematografiche di tutto il mondo, a fronte di un costo di realizzazione ridicolo (giusto per usare un eufemismo): ciò che fa lievitare leggermente il budget, infatti, è sicuramente (e soltanto) la messa in piedi dell’efficace battage promozionale che alla fine riesce a incuriosire anche i più scettici e i non interessati al prodotto (come nel caso di chi scrive). Dopo il clamoroso successo di questa pellicola del duo registico Daniel Myrick/Eduardo Sánchez il termine mockumentary diventa familiare a chiunque e (purtroppo) un must nell’ambito della produzione horror. Con la diffusione, poi, dei reality show e della cosiddetta Real TV diventa inevitabile che alcuni dei titoli di genere più famosi, prodotti negli ultimi quindici anni, si rifacciano a questo stile “amatoriale”.

E pare proprio che anche Ti West, al suo sesto lungometraggio (escludendo i due episodi per i film-insiemi di cortometraggi V/H/S e The ABCs of Death), non abbia potuto fare a meno di confrontarsi con quello che è diventato a tutti gli effetti un sottogenere horror, anche se (a ben vedere) già nel suo debutto (The Roost, 2005), il regista dimostra di essere a proprio agio con tanta camera a mano e l’uso della soggettiva[1]. Eppure, West approccia la limitante grammatica di questa particolare tipologia di film in maniera interessante[2], costruendo un documentario che testimonia un fatto realmente accaduto[3].

E tale interesse non risiede nella storia in sé, bensì nel modo in cui l’autore la sfrutta. West, infatti (soprattutto nella prima parte), si limita a proporre quasi pedissequamente quello che sembra un film già visto e destinato al solito epilogo – la sensazione che ci siano risvolti satanici e soprannaturali all’interno della comunità è davvero forte. Ma dopo l’apparizione del leader[4] “spirituale” il registro cambia in maniera potente: l’ansia si acuisce e affiora intensa una sorta d’imprevedibilità per ciò che può succedere.

Le scene del suicidio di massa e dell’uccisione di Patrick da parte di Caroline[5] sono quei “classici” momenti in cui si può dire che da soli valgono il prezzo del biglietto. Sequenze crudeli che colpiscono duro e nel segno senza ricorrere al sangue e alla violenza gratuita. Il pacifico invito ad abbandonarsi al sonno paradisiaco promulgato dal Padre dimostra, invece, quanto il sonno della coscienza inflitto dal fanatismo religioso può essere tragico e pericoloso[6]. Legare, poi, il tutto a immagini che richiamano palesemente alla memoria la guerra del Vietnam (la fuga in mezzo alla fitta vegetazione, l’elicottero, i sorveglianti simil-guerriglieri e le capanne della comunità) è una soluzione davvero azzeccata.

The Sacrament si può considerare, al momento, il prodotto più efficace e maturo di Ti West. E anche se non è il suo miglior film dal punto di vista estetico (in tal senso sono superiori sia The House of the Devil sia The Innkeepers) è decisamente quello in cui si manifesta una consapevolezza dei propri mezzi veramente significativa. Perché siamo di fronte a un ottimo esempio di come si può mascherare un film altro in horror.

[1] Benché non si tratti di mockumentary, The Roost appare molto simile a un prodotto di questo tipo.

[2] Si può considerare piuttosto “innovativo” il montaggio che alterna ciò che accade nel villaggio con la fuga nel bosco, quando le telecamere dei giornalisti vengono separate.

[3] Il soggetto trae spunto da un episodio di cronaca del 1978 noto come il massacro di Jonstown (in Italia, in realtà – presumo – sconosciuto).

[4] Denominato non a caso The Father.

[5] Fratello e sorella.

[6] Il parallelo con gli attuali eventi di cronaca emerge spontaneo.

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