LA FEROCIA DELL’ANGUILLA

[titolo di Chiara Daino]

Della frenesia del tuo scrivere concreto non so che farne. È la notte in cui cresce, invece, il bisogno di dissonanze. Quando sono necessari colpi su colpi d’inchiostro pesante. E che ogni battuta sia capace d’imbrattare la pagina bianca. Per riempirla senza pietà, al ritmo di segni distorti che schizzano senso laddove non è. Tratti delineati in nero, col rosso e nel blu. Pronti ad assumere la forma di sagome scostanti, i cui contorni – indistinti – incrociano passato e futuro. Ed è proprio in questo modo che si origina l’urgenza di scatarrare ogni cosa su carta. Di scrosciare feroce scrittura su ogni singola riga. Perché l’accaduto accumula (ormai) solo materia per il fondo comune di rimpianti. Perché la proiezione in avanti è già incisa e non scolpisce natura poliedrica. Perché dello scrivere reale riconosco solo la resa: vedo soltanto spazi chiusi e sgombri. I miei disegni frattali non sono dei semplici sogni affettati. E descrivono visioni più vere di qualsiasi tua fantasia. Il mio proseguire non rincorre un’ombra che scompare. Semmai la cattura e la tramuta in luce piena e viva. E dei colori poco importa: dipende dal momento. E proseguo senza tener conto della posizione, perché il luogo dove trovo rifugio non è utile a nascondersi. Tutt’altro. E del resto, non è ciò che intendo fare [nascondermi]. Questo posto è isola sicura e forse mi isola davvero, ma solo perché raggiungerne le sponde non si può in imbarcazione. Occorre saper nuotare e nuotare senza sosta: galleggiare tra le onde e adagiarsi al loro moto. La direzione da seguire non è ancora rotta. E io l’affronto per cercare di tracciarla, per guadagnare l’approdo e riposare. E poi ripartire, ma non per ricominciare. Bensì per proseguire. L’andare oltre le parole che tu fissi. Schivarle con ingegno è un chiodo fisso. Nel mio puro naufragare: nell’insonnia del mare neurale che produce acuto silenzio notturno da plasmare. E io lo posso modellare in possente cassa armonica. E che sia eco profondo che risuoni distante. Tam-tam per rimanere. Per restare desti. Per vegliare sul presente. Perché in mezzo al passato e al futuro esiste il presente. Un corrente compresso, docilmente piallato: dai contenuti del tuo scrivere concreto. La comunicazione a grado zero: l’emittente automatizza e il ricevente risponde. Degno automa di un sistema che annulla l’individuo. Che narcotizza. E l’automa guarda indietro soltanto per le foto: per lo più le sue. Per bearsi della propria evoluzione. E per scattarne di nuove domani in vacanza [possibilmente]. Mentre io mi rilasso per evitare la pressa. Schiaccio la punta della penna sul foglio e lo inondo. Faccio anche il morto [a galla]. Sguazzo senza speranza all’interno del no-sense. Perché ho bisogno del presente. Avverto (forte) la necessità che mi appartenga. Non lo si può lasciare da parte. Per essere parte del passato e divenire grumo del futuro devo scriverlo. Devo scrivere il presente. A modo mio, come stanotte, anche in forma errata, ma con l’intento adeguato. Perché non si dilegui. E non devo sfuggire a questo impegno autoimposto. Non posso permettere che la pagina rimanga bianca. Non posso se voglio che l’inchiostro seguiti a scorrere. Per straripare tutto il suo (improbabile) presente.

Vacillante omaggio alla lettura del romanzo “Siamo soli [morirò a Parigi]” di Chiara Daino.

Il video, per ovvie ragioni (in realtà ignote) – e perché scrivere è come pescare.

Per quanto riguarda il lavoro di Chiara Daino, visitare il link sottostante, dove è possibile reperire tutte le informazioni necessarie:
http://www.chiaradaino.it/

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