Seattle Syndrome (Volume One) – (1981)

All’inizio del 1980 il mondo del rock è stravolto dalla rivoluzione impartita dal fenomeno punk e nuovi (e – almeno apparentemente – infiniti) orizzonti si aprono davanti agli occhi di giovani schiere di musicisti o pseudo-tali. Emerge in maniera prepotente la new wave e tutto sembra possibile. A Seattle, dopo il “mitico” concerto dei Clash al Paramount Theater il 15 ottobre 1979, spuntano fuori i primi locali destinati a ospitare i gruppi underground e si crea una piccola scena di stampo post-punk con tinte dark wave che si allinea ben presto, ideologicamente, al movimento hardcore[1]. I nomi più interessanti e “duraturi” della nidiata sono quelli di X-15 (poi noti come Life In General), Blackouts, Fartz, Fastbacks e Pudz (poi Squirrels) e il primo tentativo di scattare un’istantanea della neonata realtà viene effettuato dalla Engram Records and Tapes sul finire del 1981 con la pubblicazione di Seattle Syndrome – Volume One.

Questa compilation è la testimonianza di qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato, perché il contesto storico e il luogo dove viene prodotta non sono favorevoli allo sviluppo della scena. Pur vantando due singoli di un certo spessore come “Vaporized” e “Take Me To Your (Leader)” ed evidenziando l’interessante stile di matrice industrial dei Blackouts e le sperimentazioni elettroniche e ambient di Savant, Body Falling Downstairs e K7SS, non esistono sbocchi produttivi seri a Seattle e abbandonare la città significa perdere la propria autonomia o lo scioglimento; nel migliore dei casi, intraprendere nuove strade (ma sempre lontane dal Nordovest): Duff McKagan che si unisce ai Guns ‘n’ Roses e Bill Rieflin ai Ministry.

Gli X-15 brillano ampiamente come la formazione con tutte le carte in regola per ritagliarsi un adeguato spazio all’interno del panorama new wave del periodo: la loro “Vaporized” (non a caso posta in apertura), con l’accattivante incedere ritmico sostenuto da un reiterato battito di piano d’impronta rockabilly, il sottofondo elettronico paraspettrale del synth che affiora di tanto in tanto e la genuina attitudine punk, rappresenta un piccolo “classico”. I Pudz – con “Take Me To Your (Leader)” – appaiono come dei rudimentali e fracassoni Devo che puntano dritto al cuore della faccenda con efficacia. I Fastbacks[2] hanno un piglio smaccatamente divertito/divertente, con un’evidente sensibilità pop à la Buzzcocks/Ramones. I Beakers strizzano l’occhio ai Talking Heads d’esordio (Talking Heads: 77).

La ritmica ossessiva e rumoristica dei Blackouts, sostenuta da un basso pesante, svisate sax dissonanti e sferragliare elettro-metallico, dimostra la personalità di un trio (Erich Werner, Roland Barker e Bill Rieflin) che ha già ben delineata la strada da seguire. I Fartz sono assolutamente hardcore e rappresentano, probabilmente, l’unica realtà di rilievo di Seattle nell’ambito di questo genere. Ciò che resta del disco, invece, è piuttosto trascurabile, escludendo la “We’ll Always Be In Love” del cantante/chitarrista Jim Basnight che costituisce un’ispirata (quanto leggera) pop song che affonda le sue radici nella tradizione rock ‘n’ roll dei ’60: i Refuzors sono epigoni poco convinti del punk britannico (il titolo del loro brano, “White Power”, risulta emblematico in tal senso); i Macs possono far vagamente pensare alle sonorità di un hit come “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division; gli 88’s propongono una sorta di scanzonato “punk-swing”, mentre Philippo Scrooge appare come un personaggio un po’ alienato in una serata tra amici.

Per quanto riguarda la rilevanza di Seattle Syndrome – Volume One in termini di Seattle sound, essa risiede, principalmente, nell’aver creato una piccola comunità in grado di destare un minimo d’interesse e – soprattutto – di aver ispirato personaggi chiave per la nascita del movimento grunge, come Chris Hanzsek, Daniel House e Bruce Pavitt (padrini della C/Z Records e della Sub Pop Records), nel credere fermamente che si potesse sviluppare una scena locale di spessore nazionale – e sappiamo bene che il grunge, in realtà, è destinato a diventare qualcosa di molto di più di una semplice scena di interesse nazionale.

[1] Negli Usa il punk assume i connotati di un movimento denominato hardcore che sintetizza ed estremizza ulteriormente la musica punk. Inoltre, attraverso la cultura del cosiddetto “fai-da-te” e il diffondersi di minuscole etichette discografiche indipendenti e di fanzine, forma i nuclei di quelle che possono essere definite come una sorta di piccole comunità sociali alternative a quella “ufficiale”.

[2] Formati nel 1979 da Kurt Bloch (chitarra), Lulu Gargiulo (chitarra e voce) e Kim Warnick (basso e voce), e qui presenti con Duff McKagan alla batteria, i Fastbacks sono l’unico gruppo che riesce a resistere fino all’esplosione del fenomeno grunge.

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