Black Christmas – Bob Clark – (1974)

Black Christmas è un titolo del 1974 che riesce a guadagnarsi nel corso degli anni uno status di cult movie per (più o meno) giusta causa. Il film viene realizzato (nelle parole dello stesso regista – lo scomparso Bob Clark) non solo con l’intento di ottenere un buon riscontro commerciale, ma anche con quello di ritagliarsi uno spazio da piccolo “classico” nell’ambito del genere horror. E anche se al botteghino gli incassi non soddisfano a pieno lo staff produttivo, nonostante si parli di circa 4.000.000 di dollari a fronte di un budget di 620.000, viene azzeccata la “profezia” più ambiziosa. Vale la pena evidenziare, in ogni caso, che il film si avvale di un cast di tutto rispetto che annovera Olivia Hussey (nota all’epoca per il suo ruolo di Giulietta nel Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli – 1968), Margot Kidder (Le due sorelle di Brian De Palma – 1973), Keir Dullea (2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick – 1968) e l’inossidabile John Saxon.

All’inizio di quegli anni ’70 l’America a stelle e strisce è stravolta dal tragico concludersi della guerra del Vietnam e dallo scandalo Watergate. Il cinema horror comincia a mutare seriamente pelle e La notte dei morti viventi (1968) di George Romero apre la strada a un nuovo modo di concepire il genere e le produzioni indipendenti (o comunque low-budget). E Bob Clark si crea un nome proprio entrando nella scia di questo filone: Children Shouldn’t Play with Dead Things[1] (1973) è un minuscolo prodotto (budget di appena 70.000 dollari) che conserva ancora oggi elementi di un certo interesse[2], mostrando il gusto del regista per la commedia[3] e il senso della parodia; La morte dietro la porta (1974 – precede di pochi mesi l’uscita di Black Christmas) si pone, invece, agli occhi dello spettatore, come una riflessione sulla tragedia delle giovani vite “bruciate” in Vietnam[4].

L’horror si configura come la dimensione ideale per poter esplicitare uno sguardo capace di criticare efficacemente la società e il mondo delle istituzioni. L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1972) fa scuola in tal senso – che ci riesca, poi, in maniera più o meno consapevole poco importa – e il massacro texano di Tobe Hooper è dietro l’angolo[5]. Se questi due film tendono a scioccare attraverso un uso piuttosto crudo della violenza e di situazioni grottesche aberranti/deliranti, Black Christmas si rifugia in quelli che possono essere considerati quasi i canoni di un giallo psicologico classico per spiazzare lo spettatore. Laddove le pellicole di Craven e Hooper appaiono eccessive e più al di fuori del contesto del reale (di lettura “universale”), quella di Clark s’insinua nel quotidiano in maniera più subdola, perché aggredisce attraverso l’intrusione nella sfera del privato: l’abitazione che non protegge e il telefono che allarma e minaccia.

La mdp di Clark entra in casa in maniera furtiva e non l’abbandona più: prende possesso di un luogo (la soffitta) destinato a custodire segreti e ricordi, e insedia un male libero di agire indisturbato tra le pareti di un ambiente che dovrebbe essere confortevole e sicuro. E per fare questo si ricorre all’uso della soggettiva, senza mai mostrare[6] il volto dell’aggressore omicida – che diventa, così, una sorta di figura malvagia assimilabile a quella del classico (in termini americani) mostro dell’armadio o dell’uomo nero. Il regista già usa lo stesso espediente in La morte dietro la porta (limitandosi, però, quasi esclusivamente alle scene inziali) per far tornare a casa il non-morto Andy e identificare la sua natura disturbante, ma in Black Christmas la scelta assume una connotazione più incisiva e stilistica.

La trama si affida a richiamare l’atmosfera noir del fondamentale Psycho (1960) di Alfred Hitchcock[7] e il gioco è incentrato fino alla fine sulla ricerca del killer e sullo scoprirne l’identità. Ma ciononostante, le sensazioni generali sono sempre pervase dall’ombra del sovrannaturale. E infatti, quando la vicenda sembra essere risolta e Jess/Olivia Hussey viene lasciata in casa a riposare, con le luci che si spengono, la mdp torna in soffitta dove non solo i “segni” della tragedia sono ancora in bella mostra nascosti, ma l’assassino non è stato ancora catturato e non se ne riesce a intuire la natura: il movimento è ad allontanarsi dalla finestra dalla quale a inizio film si era penetrati nella vicenda. Ormai l’horror si è insediato in quella dimora ed è pronto a intrufolarsi anche nel quotidiano altrui.

Nota a margine

Olivia Hussey che interpreta il ruolo di Jessica Bradford può considerarsi (a pari merito con Marilyn Burns/Sally Hardesty di Non aprite quella porta) la prima Final girl[8] della storia del cinema horror.

[1] In Italia è conosciuto con il titolo “L’assedio dei morti viventi” che rende evidente l’accostamento al film di Romero.

[2] Children Shouldn’t Play with Dead Things si pone al limite tra la presa in giro e il tentativo di trovare qualche spunto originale degno di rilievo. E nel corso degli anni anche questo film, suo malgrado, è riuscito a conquistarsi l’appellativo di cult movie grazie al make-up di Alan Ormsby (tra l’altro, protagonista della pellicola) e al finale piuttosto pessimista e inaspettato (considerata l’impostazione della struttura per la prima ora di trama) con le luci della città di Miami sullo sfondo ad attendere ignare l’avvento dei mostri. La sequenza del risveglio dei morti può essere considerata un piccolo classico del genere e il rituale del libro di magia con conseguente assedio nella casa nel bosco è un tratto caratteristico che appare anticipatore di ciò che vedremo in La casa di Sam Raimi (The Evil Dead, 1981).

[3] Bob Clark, nonostante Black Christmas, è noto in Italia quasi esclusivamente per Porky’s e Porky’s II – The Next Day (rispettivamente del 1982 e del 1983). La sua commedia migliore resta, tuttavia, A Christmas Story (sempre del 1983).

[4] Il film si conclude con lo zombie-vampiro Andy che va a cercare la propria pace nel cimitero, accompagnato dalla madre disperata che non vuole rassegnarsi alla perdita del figlio.

[5] Non aprite quella porta arriva nelle sale praticamente assieme a Black Christmas.

[6] In realtà ne possiamo notare una volta il particolare di un occhio che spia da dietro una porta (il mostro dell’armadio) e un’altra volta la sagoma scura e indistinta (l’uomo nero) che uccide Barbara/Margot Kidder.

[7] Le telefonate del maniaco, che modula voci stridule e distorte, costruiscono via via la storia di un trauma infantile (una madre o una sorella maggiore dell’assassino potrebbero essere le figure che hanno inflitto violenza allo stesso da bambino) che lascia emergere connotati di chiara misoginia.

[8] La definizione viene coniata da Mary J. Clover nel suo Men, Women, and Chainsaws: Gender in the Modern Horror Film del 1992. Il termine si diffonde in modo piuttosto popolare a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.

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