Territoires – Olivier Abbou – (2010)

Naomi Klein, nel suo Shock Economy (2007), scrive (riferendosi/citando al/il Kubark Counterintelligence Interrogation della Cia): “La tortura è un insieme di tecniche pensate per indurre nei prigionieri uno stato di assoluto disorientamento e shock, […] bisogna creare rotture violente tra i prigionieri e la loro capacità di dare un senso al mondo che li circonda. In primo luogo si elimina ogni input sensoriale (con cappucci in testa, tappi alle orecchie, manette, isolamento totale), poi si bombarda il corpo con stimoli estremi (luci stroboscopiche, musica a tutto volume, percosse, elettroshock)”.

Il cinema horror del nuovo millennio è stato connotato dall’esplosione di un sottogenere splatter definito torture porn. Tale termine si è diffuso a partire dal clamoroso successo di Hostel di Eli Roth (2006) per via di una recensione del critico cinematografico americano del New York Magazine David Edelstein ed è diventato l’etichetta simbolo affibbiata (più o meno appropriatamente) anche a prodotti precedenti. Questo tipo di estremismo visivo, tuttavia, è stato lanciato (o rilanciato – che dir si voglia) soprattutto dalla Francia, trovando la sua ideale collocazione in pellicole quali Haute Tension (Alexandre Aja, 2003), À L’Intérieur (Bustillo e Maury, 2007) e Frontiere(s) (Xavier Gens, 2007), fino all’apice aberrante di Martyrs (Pascal Laugier, 2008).

Lo sviluppo del torture porn è spesso associato al diffondersi di informazioni e immagini inerenti le torture inflitte ai prigionieri di guerra coinvolti nel conflitto afghano post-11 settembre e soprattutto a ciò che accade ai detenuti del Delta Block nel campo di prigionia della base militare Usa di Guantanamo a Cuba per affrontare la cosiddetta “lotta al terrore”. Questa breve premessa appare necessaria per “inquadrare” al meglio il film del francese Olivier Abbou, in quanto si inserisce sicuramente nel filone della nouvelle vague dell’horror d’oltralpe, confermando la connotazione di denuncia socio-politica che si può riscontrare in esso (dovuta agli scontri razziali scoppiati sul finire del 2005, i quali hanno messo a ferro e fuoco i sobborghi parigini), e perché rende esplicito il riferimento al mondo della tortura e della violazione dei diritti umani di Guantanamo.

Territoires, tuttavia, è una produzione franco-canadese che non ha nulla di splatter e la tortura che mette in scena è di stampo psicologico. Laddove un Pascal Laugier o uno Xavier Gensa avrebbero prediletto l’aspetto “fisico” della vicenda (il dente di Michelle l’avremmo visto estratto con la pinza, tanto per intenderci), Olivier Abbou preferisce concentrarsi, invece, sulla natura da thriller psicologico: non a caso, nel finale, troviamo un evidente omaggio all’inossidabile Psycho di Alfred Hitchcock. Territoires diventa, così, un film che si pone nel mezzo di un ipotetico confine tra generi: il confine che devono attraversare i malcapitati Jalii & Soci e l’investigatore privato Brautigan e il confine fatto di nulla (eppure tragicamente concreto) difeso dalla coppia Samuel/Walter. Infatti Olivier Abbou proietta immediatamente in un incubo reale che assume dei contorni surreali, perché la sua camera a mano è costantemente addosso ai personaggi e l’atmosfera è greve e opprimente. Samuel ama ripetere che ci si trova nel mezzo del nulla ed è inutile sottolineare che proprio in questo modo avviene la separazione dal mondo precedentemente conosciuto; un mondo praticamente assente nel film, un mondo del quale si inizia a perdere la percezione dopo pochi minuti della fredda e cruda sequenza iniziale.

Jalii e i suoi amici sono vittime innocenti della sistematica folle violenza disumana di Samuel e Walter. Sono prigionieri di guerra (in gabbia nel bosco con gli aerei che sorvolano di tanto in tanto la zona) e cavie da esperimento (i porcellini d’india citati da Michelle) allo stesso tempo. Il percorso di privazione dei sensi cui sono sottoposti (così come descritto in apertura dalle parole di Naomi Klein) conduce alla distruzione dell’individuo e anche se Leslie tenta di restare aggrappata ai codici di quei diritti umani che ritiene inviolabili la strada che porta all’interno di un container di tortura non ha vie d’uscita.

Territoires è un viaggio in una dimensione oscura e sospesa; è la “O” del titolo del film in cui entra il faro dell’auto di Jalii, ossia un tunnel senza fine. Una volta oltrepassata quella soglia di confine, non si può sfuggire al vuoto buio di un incubo mortale. Se per i prigionieri si tratta di uno stato di regressione che annulla la realtà e sé stessi, per Brautigan diventa l’epilogo del suo progressivo distacco dalla vita per cancellare/recidere le proprie sofferenze (l’investigatore è chiamato a ritrovare dei “figli scomparsi”, così com’è non è più raggiungibile – per lui – sua figlia). E persino le vite di Samuel e Walter, legate a doppio filo nel mezzo del nulla, rappresentano un orrore reale che si nasconde dietro divise istituzionali e tra le fitte maglie di gabbie metalliche.

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