Siete dei – Chiara Daino – (2016)

 

Siete dei è un libro pieno di “m” ed esorta a uno sforzo creativo per produrre delle “m”, concentrandosi sui propri mezzi (senza invischiarsi nelle “m” altrui). Un libro che sa mazzolare ed essere memento. Scaglia le sue parole contro qualcuno e qualcosa, ma non è da considerare un’invettiva – o, perlomeno, non un’invettiva gratuita. Le “m” di cui si riempie, per comporre un puzzle di pezzi di “m” da aggredire, sono così levigate da ammutolire e lasciare ad occhi aperti. Sono delle “m” preziose, che risplendono di ritmo, poesia, fantasia e umorismo: insomma, un insieme assolutamente gradevole da leggere.

Il lettore, solitamente, alla “m” non ci pensa. Magari lo fa pure, ma in maniera superficiale. E tende sempre un po’ a guardare alla “m” degli altri. Leggendo Siete dei, si trova, invece, di fronte a una specie di punto di svolta della sua vita da lettore, poiché è chiamato a rendersi conto che per tutti giunge, prima o poi, quel momento in cui è inevitabile rimestare le proprie “m”. E se non ci si è sforzati in maniera corretta, a combinarle [queste “m”], viene fuori un gran brutto pasticcio.

Ma perché la “m” è così importante? L’interrogativo sorge spontaneo, ma per rispondere si rischia di perdere il filo del discorso, per cui invito a leggere La Merca, per rendere l’idea di cosa possa essere un marchio. Tornando a noi, invece, basti pensare a dove si posiziona la “m” nell’alfabeto italiano: esattamente nel mezzo.

Osservare la parte centrale di qualcosa ci connette con l’essenza di questo qualcosa. Siete dei sfrutta, quindi, il mezzo per occuparsi di tanti piccoli pezzi di “m” e individuare diversi argomenti che si lavora ben bene. E si tratta di pezzi che possono andare ad assemblarsi, formando una struttura generale delineata e precisa.

Anche se il libro, che è un vero e proprio testo vivente, si definisce «incomprensibile», il messaggio è diretto.

Anche se il libro ci racconta di sé, siamo di fronte a un sé che ha a che fare con l’esistere – e l’esistere (almeno in linea teorica) dovrebbe riguardare un po’ tutti noi.

Sì, perché, se parliamo di “essenza”, possiamo parlare anche di “origine” e “natura”, possiamo pensare a “Storia” e “attualità”, “mitologia” e “favola”, nonché a realtà “immanenti” e “trascendenti”. Ma ora sto iniziando a invischiarmi in “m” che non mi competono, per cui è meglio smettere.

Del resto, sono anch’io un pezzo di “m” e (grazie a Siete dei) avrò modo di ricordarlo spesso, ma – cosa ben più importante – di agire affinché io sia un pezzo di “m” migliore.

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l’Eretista – Chiara Daino – (2011)

Eretista come termine per identificare qualcosa di inclassificabile, come definizione per qualcosa che non è in cerca di un’etichetta. L’eretista è un animale in fuga (l’ermellino), braccato suo malgrado, ma capace di dimostrarsi (sempre e comunque) predatore spietato e selvaggio. Animale che combatte tenace per la difesa del suo territorio e della propria prole, in tutto il suo istintivo estraniarsi/allontanarsi dal mondo reale. L’eretista è un animale che ha consacrato la propria esistenza all’Arte. E in questo specifico caso l’Arte è la parola (o coincide con essa). La sopravvivenza dell’animale-eretista è legata, quindi, alla lotta per la parola (assimilabile alla lotta che avviene nel mondo della catena alimentare) – che possa essere intesa come parola altra, diversa da quella dei bipedi, diversa da quella civilizzata di Isaak. Non a caso, un metodo efficace per catturare un ermellino è quello di bloccargli la lingua; non a caso un “cingolo scapolare” è sinonimo di arto [linguistico] da battaglia.

La parola nel mondo civilizzato di Isaak è parola morta e piegata a un sistema di produzione di massa che deve inglobare qualunque cosa (e farla sua), in ovvia contrapposizione con la natura selvatica dell’Arte (di cui sopra). E proprio per questo motivo Isaak si riduce al silenzio (più che al semplice) ed è restio alla comunicazione. Anche la sua è una fuga dal mondo, ma degradante. Le parole di Isaak e quelle di Milla sono estremi opposti e, ciononostante, se la suonano e se la cantano da soli. Il contrasto tra queste parole non è da affrontare in termini di torto o ragione, ma nel comprendere che si tratta di un percorso che conduce a uno stato di emarginazione e assenza: una netta divisione che crea – irrimediabilmente – una zona desertica (che potrebbe essere rappresentata in qualche modo da quella di Tàlora).

Subito stabiliti questi due essenziali poli estremi (per l’eretista il motto è “meglio morto che sporco”, mentre per Isaak potrebbe essere l’esatto contrario), si può cominciare a dipanare la trama del racconto. Un racconto chiamato a evidenziare l’amarezza per l’impossibilità di condividere la parola e la necessità (al contempo) di lottare strenuamente per essa – e salvaguardarla a rischio della propria vita. Ma la narrazione è un vero e proprio caleidoscopio di voci, abilissima nel destreggiarsi tra diversi registri. E questa narrazione, inoltre, si muove con leggerezza efficace attraverso le insenature dei mondi più improbabili: fumetti, rock, letteratura e teatro (giusto per dire delle categorie più palesi) convivono allegramente e drammaticamente in un gioco di rimandi e richiami a tratti irresistibile (si segnala, in particolare, il capitolo dell’incontro tra Isaak e Pascal).

Una messa in scena su carta che appare anche eccessiva: far coesistere Luigi Pirandello e Lemmy Kilmister, Wolverine e Kierkegaard dovrebbe risultare alquanto acrobatico (e probabilmente lo è davvero), ma l’umorismo e l’intelligenza con cui il tutto è trattato garantiscono la riuscita dell’operazione. E questa messa in scena eccessiva, tuttavia, rende l’insieme incapace di arginare ogni cosa. Sì, perché “l’Eretista” si muove (non dimentichiamolo) nell’ambito della forma canonica del romanzo e l’abbondanza degli elementi posti sulle pagine fa risultare un po’ dispersiva la lettura, la quale, essendo legata (inevitabilmente) a una trama piuttosto lineare da seguire, ne risente dal punto di vista di ciò che si può considerare più o meno superfluo o ripetitivo (a seconda dei gusti – chi scrive, per esempio, avrebbe preferito qualche sottrazione).

Ci si sofferma ancora qualche istante su questo discorso dell’essere/apparire eccessivo, perché il romanzo non è da considerasi (o almeno non è necessariamente) complesso. Costruisce la sua struttura su solide fondamenta e architetta situazioni e personaggi destinati a popolare ambienti di una mente che vaga tra varie dimensioni (temporali-surreali), confondendosi con la fiaba e il vero. Ma l’inafferrabilità della protagonista (che, ricordiamo, è l’Arte della parola) è un’esortazione a seguirla e non a catturarla (e ingabbiarla). Tutto ciò che può risultare troppo in termini di riferimenti e citazioni non è propedeutico (o indispensabile), infatti, per la comprensione di qualcosa. Il piacere della lettura non viene intaccato e che si abbia o meno la competenza per cogliere tali elementi (fortunatamente svelati in appendice per i più pigri e per i veri e propri ignoranti – come nel caso di chi scrive), essi sono un di più (un gentile omaggio della ditta) che può rendere il racconto più profondo e aperto ad aspetti e interpretazioni altri – se si ha voglia di dilettarsi nell’esercizio.

In definitiva, “l’Eretista” è un romanzo difficile da collocare sugli scaffali della libreria, perché non si sa inquadrarlo e non è un’eresia affermare che potrebbe essere accostato a più generi. Ma stiamo parlando, come si è avuto modo di intuire, di un prodotto che rifiuta il genere. E già solo per questo motivo risulta degno di trovare posto sui suddetti scaffali.

Questo scritto è pubblicato anche qui, dove è possibile reperire tutte le informazioni necessarie:
http://www.chiaradaino.it/leretista_20150605/

Siamo soli [morirò a Parigi] – Chiara Daino – (2013)

Siamo soli [morirò a Parigi] – Zona Editrice, 2013

Se questa particolare specie di romanzo epistolare[1] tratta il tema della solitudine, non la intende certo come lo stare da soli (pur descrivendo anche – e inevitabilmente – questa condizione) e non è metafora di una qualche forma di ricerca dell’io. È semplicemente un calcio ben assestato per far spalancare gli occhi sulla realtà alla quale ci si dovrebbe abbandonare, ossia (parafrasando/comparando) l’essere solo noi stessi [“Siamo solo noi”, Vasco Rossi – “Siamo soli”, Chiara Daino]: del resto, uno dei primi elementi in cui c’imbattiamo nella lettura è un toast.

E per essere noi stessi non bisogna soltanto sapersi esprimere. Bisogna avere, più di tutto, il coraggio di volersi realmente esprimere. In questo libro ci si esprime attraverso la scrittura e la scrittura è la natura stessa dell’essere. Niente storia e niente trama (forse – ma poco importa davvero): Gabry, Zaìra, Meth, il recidivo e Ninetto ci sono solo per sviluppare le relazioni delineate e forgiate (a seconda dei momenti – che possono essere così delicati da apparire addirittura ingenui quanto tanto feroci da farti sentire colpito in pieno stomaco) dalla “penna psichica” di Chiara Daino. La “possessione eufonica” che si impadronisce di questa penna rende la scrittura irrequieta e vibrante perché è in costante divenire – e quindi viva. Pura musica per gli occhi, capace di trasformarsi anche in melodia per le orecchie (a patto che si abbia una buona dizione e una voce quantomeno gradevole).

Questa scrittura rappresenta la vita, dunque, ma non la racconta. E proprio perché è essa stessa l’essere che la sta vivendo. Gli incroci di solitudini che dialogano nei due capitoli più corposi del romanzo, sono chiamati – giocoforza – a interagire con un ampio spettro di emozioni (frammentario e altalenante – così come accade nell’arco dell’esistenza umana). E una scrittura che si fa carne, per esprimere tali sensazioni che connotano i più disparati momenti della vita (amore, sesso, rabbia, odio, tristezza, innocenza e via dicendo), non ha altro modo per farlo se non quello di apparire egocentrica e provocatoria.

Ma la realtà è altra: anche ammesso (e non concesso), infatti, ci si trovi di fronte a egocentrismo e provocazione, tali atteggiamenti non devono essere intesi in modo negativo. Perché questa scrittura è un essere che non ha bisogno di comprendersi e accettarsi, ma un essere che reclama ed esige con forza rispetto. Rispetto per l’altro essere: perché le solitudini possono stabilire una sana relazione sociale solo rispettandosi – con la speranza di giungere poi anche a comprendersi reciprocamente. I soli del romanzo, pertanto, non devono cercare sé stessi, oppure capire perché sono soli: devono uscire allo scoperto per dire chi sono e accettare l’altro.

E non bisogna neanche lasciarsi abbindolare dal richiamo decadente di quel “morirò a Parigi” (tra parentesi quadre) del titolo, perché leggere “Siamo soli” è come seguire il percorso di un entusiasmante (quanto pericoloso – all’interno del carrello-carrozza non si è proprio al sicuro) ottovolante: una pagina potrebbe essere capace si svuotarti e quella immediatamente successiva di riempirti oltre ogni limite tu possa contenere – e senza soluzione di continuità (con l’unico punto di chiusura/uscita, rappresentato concretamente – e per ovvie ragioni – dalla morte). E se non è vita(lità) questa, allora ditemi voi cosa?!

Nota a margine

Chi scrive è consapevole di correre il rischio di coprirsi di ridicolo, ma è altrettanto conscio di esprimere un’opinione non dettata da sensazioni fasulle.

[1] I capitoli I, IV e V sono allo stesso tempo pagine di diario e lettere [cartacee] indirizzate al lettore; il capitolo II è un rincorrersi danzante di e-mail che segue un ritmo scandito da repentini cambi di stati d’animo; il capitolo III mescola appunti di un ipotetico romanzo da scrivere (o già scritto) e frammenti di stampo quasi diaristico, ma i protagonisti sono entrambi degli scrittori e ciò comporta che la natura del testo assuma la caratteristica di una sorta di scambio di messaggi (Zaìra scrive ovunque e su qualunque superficie: persino su una busta del latte).

Questo scritto è già stato pubblicato qui, dove è possibile reperire tutte le informazioni necessarie: http://www.chiaradaino.it/della_morte_del_lavoro_20150501/