… Fine Art …

Ho finito. E forse già da tempo. Il giro di basso non implode, ruota su sé stesso e non pesa. Il giorno si ricicla nello scarto di ciò che perdo e nell’alba di inutili note. La porta è chiusa sotto un altro tetto sconosciuto. Spargo nuovi tentativi, ma in fondo è solo ripetere: la stessa frase, costi quel che costi. Come se fosse ancora necessario. Come se avessi da comunicare.

Conservo ancora i taccuini, pieni di fitte righe incomplete. Ho smesso. Non ne vale la pena. Sono righe che non so più unire. ( La rabbia non contagia, [ Nessuno.ma resta una forma obbligata. E l’ironia, che non si comprende, [ Non si accetta. ] diventa noia. ) Costeggio vetro, ferro e cemento. Ma ora l’asfalto m’ignora. Volo solo nella nebbia. Non servono appunti di viaggio: le città sono uguali ovunque.

Sono i detriti di una festa che non diverte più. Volti distratti. Rispondo, anche quando non c’è niente che si debba raccontare. O dire. Resto in un angolo e ti chiedo di starmi accanto. Ma non è giusto. Come non sono giusti questi suoni. Come non sono giuste queste luci. Tutto artificiale. Eccetto te. Eppure non basta. La scena reclama il suo tributo d’intrattenimento.

La stanza si contorce assieme ai miei organi. Le pareti variano, ma la sequenza è sempre la stessa. La scatola brulica di strane formiche, in simbiosi col mio volto. Sembra lo contenga a stento. La luce elettrizza il resto del corpo, ma solo a fasi alterne. L’ambiente capovolge e si trasforma in un buco nero che risucchia dentro nuovi esempi di psicosi.

Sentire ancora la necessità di scrivere, ma non avere niente: solo l’aria condizionata e un orologio. Il tempo che ritorna, con tutte le tracce lasciate. Lo sguardo per un altro giorno. Un unico spazio. Avanza con torto, senza ragione. Ho messo in fila tutti i consigli. Qualcosa ho preso. Ma ora … non sento più il bisogno di dover restituire. Ho finito.

Il risveglio del mare

La coscienza del mare si risveglia e oggi posso lasciare che l’aria mi culli nell’acqua, per assimilare la vasta superficie. Ritorno ad astrazioni trasparenti e perdo, finalmente, l’orizzonte: non ho più bisogno di fingere colori. Abbandono lo zaino e comincio a pensare solo a sponde che possano restare distanti tra loro. Oggi è il giorno di uno spazio dischiuso, privo di oggetti. Sento sulla pelle l’umido calore salmastro e posso respirare ogni singola goccia che mi colma i polmoni, per sospendere piccoli momenti di scrittura altrimenti assente. Assorbo la luce ondulata in riflessi d’azzurro. La ricevo filtrata, dalla membrana che è sopra di me: la superficie di un’altra atmosfera. Oggi sono un’isola immersa e posso osservare le cose che affondano.

Oggi il clima è opprimente. Non riesco a stare a galla, non riesco a nuotare. Non appartengo a questo ambiente. Sono stanco della marea che cresce, dei luoghi dove l’acqua è sempre bassa, degli scogli da ritrovo e degli appigli a buon mercato, delle esche per prede che abboccano ogni volta. Sono stanco. Comincia un lieve abbandono sul fondo per adagiare il corpo sulla sabbia. Senza pensare [lascio che sedimenti], posso osservare ciò che resta: capire quanto sia diverso l’ambientarsi, rispetto all’abituarsi. Rallento le funzioni del bioritmo: prosegue soltanto l’attività di osservazione.

Oggi è questione di correnti ed onde, alle quali abbandonarsi passivi. Ma sono attento a scegliere la scia. Solo le migliori: quelle adatte al naufragio. Le rotte tracciate a vista, da altri, voglio evitarle. Si dice ne esista almeno una che traghetti verso un porto sicuro. Ma – almeno a volte – mi sento al sicuro solo se resto distante da tutto; solo se scelgo la deriva. Come fosse un rifiuto dell’approdo. La rotta tracciata a vista da un altro non può raggiungere gli abissi. So essere naufrago per la gioia di riuscire a deludere e oggi ricerco un approdo controcorrente.

Foto da qui: https://joanaiken.wordpress.com/2015/04/02/take-a-book-wherever-you-go/

La luce del frigo

La luce del frigo ha nuovi silenzi
da offrire, mentre la notte non ha
scelto ancora il suo corso.

Lo schermo non funziona
e non racconta più
della conservazione della specie,
di come preservare il disumano
e isolare tutto il resto.
Informazioni crepitate fuori,
in puntini di ghiaccio
che affilano l’ambiente,
senza danni evidenti.
Girano in cerchio: serie di puntini
che vogliono essere (vivi e nutriti).
I puntini sbagliati,
quelli che giudicano il mio giudizio
e cambiano il mio stato.
Fino alla stasi.

Scavo poi a fondo, tra alimenti scaduti.
Imparo a cucinare nella notte
e sembra sia una soluzione adatta:
[Cibi come puntini.]
pietanze d’inutilità sociale.
E ora ricordo perché
scelgo una dieta a base di silenzio
blu:
per lasciare che i puntini pensino
i loro pensieri, si nutrano da soli
e siano ciò che hanno da vomitare.

Il mio bioritmo rallenta perché
così deve e perché
i puntini girano
veloci nell’avidità di cibo.
Ma, quando rallentano, allora sono
io ad andare veloce.
Evito il loro crepitare fitto
nell’ambiente. Che resti solo l’acqua.
Puntini sospensivi.

la luce del frigo è gialla e spesso idea precotta

Di inerzia e silenzio

So stare in silenzio e ringrazio
il dizionario e quel po’ d’esperienza.
Poi azzero gli inutili vincoli,
rimandando scadenze che non hanno
rispetto per bisogni comuni
[sono imposte da altri]. Posso dire
addio ai volti del quotidiano,
rispondere a stento. Con parole
usate a memoria. E distinte:
così precise che valgono niente.
Fallisco ancora e solo per fottere
queste esigenze non mie. Evito, chiudo.
Indosso indumenti che conosco,
perché è l’unico modo per sparire.
Dissimile, sul fondo. Qui restare
e incrociare le razze come me:
inadatte (che sanno stare zitte).
Ormai è una questione di termini
dettati da volti parlanti. Privi
di maschera: non la sanno usare.
Non guardo più, ma è soltanto illusione
che sia inerzia senza frenesia.
Non serve fingere e produrre scuse,
cercare d’apparire adeguato:
mi considero zero e lo sanno,
ma posso comunque essere esaurito.
Provo l’interazione senza scambio
come potesse essere l’espediente.

ancora azzanno qualcosa la sera e riposo

Seattle Syndrome Two – (1983)

Nel 1983 la Engram Records cessa le attività e il suo lascito è Seattle Syndrome Two, che prosegue – idealmente – il discorso intrapreso con la prima compilation del 1981. E si tratta di un disco che documenta sia il cambiamento della piccola scena underground di Seattle sia la sua effettiva scomparsa. Del “Volume One” non ci sono superstiti[1] e le realtà più promettenti si sono già dissolte (o si dissolvono di lì a breve – e comunque lontano dalla città e dallo Stato): i Fartz (diventati nel frattempo 10 Minute Warning) tirano le ultime e Blaine Cook va a unirsi agli Accüsed; i Blackouts si sono trasferiti, ma pure hanno vita breve; X-15/Life In General, da un punto di vista discografico, non riescono ad andare oltre la pubblicazione di un Ep di cinque brani. Resistono solo i Fastabcks che concentrano i loro sforzi nella No Threes Records, mentre i Pudz si accingono a diventare Squirrels.

Per la nuova cucciolata, tuttavia, gli spazi di azione si riducono ai minimi termini, per via della chiusura della casa discografica e per via delle “restringenti” normative che iniziano a essere attuate per la gestione dei club dove è possibile suonare dal vivo. Red Masque, Cinema 90 e Memory si dibattono tra dark wave e synth-pop senza alcuna ambizione. I Next Exit offrono una discreta miscela post-punk dal sapore vagamente surf con chitarra tremolante, mentre i Dynette Set (un po’ Blondie, un po’ B-52’s) rappresentano il volto più gradevole della compilation[2]. L’atmosfera complessiva, in ogni caso, è completamente diversa rispetto a quella del 1981 e prevalgono tentativi “avanguardistici” che guardano più a ritmi sghembi e ballabili, lasciando emergere sensazioni disco-funk, con un orecchio sempre teso verso i Talking Heads (Beat Pagodas, 3 Swimmers e Steddi 5), che all’approccio essenzialmente punk del “Volume One”. Vi si trova anche la vena tribale ed eterea della cantautrice e polistrumentista Sue Ann Harkey.

Nel mezzo delle quattordici tracce che compongono il disco si ritaglia un posto pure un bizzarro brano rumoristico intitolato (forse non a caso) Out Of Control. Gli autori della canzone in questione sono i Mr Epp & The Calculations, ideati dal vocalist Joe Smitty – affiancato, a livello creativo, dall’amico Mark Arm (futuro Mudhoney). Il gruppo, in città, non solo si può già fregiare –orgogliosamente – della reputazione di “peggior band al mondo”, ma è anche la più attiva nella scena da scantinato che si sta sviluppando in questo momento. L’incedere da sgangherata marcia marziale e lo sferragliare chitarristico insensato che accompagnano l’alienante salmodiare di Smitty (che sfocia in qualche urlo improvviso di tanto in tanto) certificano lo status di vero pioniere della storia del grunge di Mark Arm.

Bisogna evidenziare, infine, che nel periodo di pubblicazione di Seattle Syndrome Two il movimento hardcore inizia a imporre prepotentemente il proprio credo in giro per gli Usa e a Seattle le band del ridotto circuito underground aprono per formazioni fondamentali come X, Black Flag e Hüsker Dü. Benché la Engram chiuda i battenti, i ragazzi del Nordovest hanno voglia di suonare e divertirsi, fosse pure semplicemente per riunirsi in garage o in cantina a far baccano con la classica strumentazione rock (basso-batteria-chitarra). U-Men[3], Mr Epp, Malfunkshun, Melvins e, poi, Soundgarden e Green River cominciano a gettare le basi per la costruzione di un nuovo percorso.

[1] Escludendo James Husted (Body Falling Downstairs e K7SS), il quale suona il sax in Credo, la minimale sperimentazione dei Celestial Pygmies.

[2] Entrambe le formazioni, in quel 1983, riescono comunque a pubblicare un album: i Next Exit escono con Metropolitan West, mentre i Dynette Set vengono fuori con Rockers And Recliners.

[3] Capitanata dal cantante John Bigley, questa formazione rappresenta (in quel preciso momento – nonostante l’assenza in Seattle Syndrome Two) l’unica realtà che sembra in grado di potersi affermare.

Il solito incrociarsi

www.theclash.com

Oggi non è giornata. Gira al largo,
perché sono stanco. E così stanco di dover parlare ancora:
immagina con te!
E poi proprio oggi, il giorno in cui
la tua divisa scialba non funziona più come dovrebbe.

Tutti quegli orecchini: tanti e troppi; quei ciondoli/simbolo
che sono diventati aggeggi innocui; la maglietta di sole stinto
e i laceri jeans da finta battaglia.

Ma tra noi due chi è veramente sciatto?
Io – naturalmente. E non me ne vanto proprio,
anzi … me ne vergogno. Ciononostante, non tento di piacere.

E quel testo di corso che non t’interessa, abbandonato in giro, di qua e di là,
nella strana speranza che qualcuno possa notare
quei piccoli biglietti, infilati tra le pagine
– quelli sui quali annoti i tuoi pensieri
(e che sono i più docili).

Di nuovo mi chiedi dei Clash e del loro ideale di punk.
Del resto, ora, le joy division sono buone solo
per un nuovo aspirante suicida.
Ora che sai agitarti e ti impegni con gioia.

[Ma Robert Smith è
comunque sul suo piedistallo.]

Oggi non è giornata e l’ho già detto.
Eppure – tu – non giri alla larga. E vuoi dare uno sguardo al lettore.

Cedo:
e viene fuori il disco dei Bon Jovi. E tu t’incazzi,
specie quando dico che mi piace. Manco avessi lanciato una bestemmia,
tanto furiosa da far crollare il cielo.

Ma il problema è di entrambi:
il mio,
quello di essere sempre il coglione
che sembra sappia cose che contano e che, invece, vuole
soltanto divertirsi;
il tuo,
quello di vantare
una presunta libertà di fare
– anche se vuoi sapere quelle cose che proprio a nulla
ti serve sapere.

E allora stiamo zitti. Restiamo in silenzio.
Zitti e buoni, come mosche – le mosche che siamo.

Ed evitiamo il solito incrociarsi
(almeno per oggi).

Gioco o non-gioco ( ? )

Dino è un bimbo come tanti. Un bimbo al quale piace giocare. E pure a Dino – come a tanti altri bambini – viene impartita una seria lezione, riguardante il gioco: l’unica cosa che conta è la vittoria. Dino impara quindi a giocare solo per vincere ed è già – perfettamente – integrato in un sistema di non-gioco. Il gioco non è importante: importante è solo il risultato. Deve vincere sugli altri e non per sé stesso. E se si ritrova all’interno di un gioco di squadra, Dino non deve preoccuparsi neppure dei compagni: perché potrebbero cambiare squadra in qualsiasi momento e la vittoria è del singolo. Dino viene addestrato per comprendere che deve essere considerato migliore degli altri per vincere. Migliore a prescindere dalla qualità della sua bravura e perseguire esclusivamente la [propria] vittoria. Dino dimentica l’esistenza delle regole del gioco, oppure non le sa più distinguere. Dino dimentica che un gioco è pur sempre un gioco e si basa sulle regole: regole che non solo si dovrebbero conoscere, ma anche rispettare. Dino sa solo di dover correre veloce per raggiungere presto il primo traguardo – e oltrepassarlo il prima possibile. Dino, furbetto più degli altri, sceglie la corsia (almeno apparentemente) più agevole da percorrere. Ma lui – a questo punto – è già fuori pista, già al di fuori delle regole: guarda dritto al secondo traguardo e ad acquisire solo il metodo per vincere a qualsiasi prezzo. Dino cresce e vince, oltrepassando traguardi stabiliti da enti al di sopra di lui: cresce e vince solo a scapito degli altri.

Gino è un bimbo come tanti. Un bimbo al quale piaceva giocare. Ora – invece – è tra bambini accomunati dal rifiuto per il gioco. Gino ama giocare per vincere: vincere contro sé stesso. Gino ama giocare per riconoscere i propri limiti e andare oltre: superare sé stesso per vincere l’avversario più forte; superare sé stesso per aiutare i compagni di squadra; superare sé stesso per offrire la sua qualità al pubblico intorno (anche quello che non lo sostiene). Gino ama vincere, ma fatica a capire la seria lezione. Gino sa di dover affrontare l’ostacolo, non di doverlo aggirare (sempre e comunque): e sa pure che ci può essere vittoria nella sconfitta, ammesso che si affronti l’ostacolo – perdendo, ma lasciando sul campo tutto ciò che si ha. Gino fatica tanto e rifiuta. Rifiuta di correre e di scendere in pista con Dino. Da quando Dino ha reso ridicola ogni sua spettacolare vittoria. Gino proprio non riesce a comprendere come si possano associare competizione e sopraffazione: per lui vincere non significa vincere sugli altri.

Gino oggi è isolato. Anche lui fuori pista, ma per altro motivo. Cerca svago in posti poco frequentati. Quei posti dove sa che è ancora possibile incontrare qualcuno – isolato come lui – per dedicarsi assieme al gioco. Un gioco di emarginati tra emarginati: la speranza che qualche spettatore riesca ad assistere per riscoprire quanto sia importante il gioco.

Il video non ha alcuna attinenza con lo scritto, ma è necessario per motivi che non vi riguardano: se non vi sta bene, scegliete voi. Il Tubo è pieno di video: imparare a scegliere è cosa buona e giusta.