La luce del frigo

La luce del frigo ha nuovi silenzi da offrire, mentre la notte non ha ancora scelto il suo corso. Lo schermo non funziona e non racconta più della conservazione della specie, di come preservare il disumano e isolare tutto il resto. Informazioni comunque crepitate fuori, in puntini di ghiaccio che affilano l’ambiente, senza danni evidenti. Girano in cerchio, tutta una serie di puntini che vogliono essere (vivi e nutriti). I puntini sbagliati, quelli che giudicano il mio giudizio e riformulano il mio stato, fino alla stasi. Scavare a fondo tra gli alimenti ormai scaduti. Imparare a cucinare di notte. Sembra possa essere una soluzione: [cibi come puntini] pietanze d’inutilità sociale. Poi ricordo perché: scegliere una dieta a base di silenzio blu. Lasciare che i puntini si nutriscano per conto proprio, pensino i loro pensieri e siano ciò che hanno da vomitare. Il mio bioritmo rallenta perché così voglio, perché i puntini girano veloci (nell’ingordigia). E se rallentassero, sarei io ad andare più veloce. Evitare il loro crepitare nell’ambiente, filtrare, affinché resti solo l’acqua. Puntini sospensivi. La luce del frigo è gialla e – spesso – idea precotta.

di inerzia e silenzio

oggi so stare in silenzio e ringrazio quel poco d’esperienza e il dizionario. azzero gli impegni (comunque inutili) e rimando scadenze imposte da altri. e dico addio ai volti del quotidiano. rispondo a stento: parole a memoria. le più precise, che valgono meno delle altre. sbaglio, per il gusto di non soddisfare esigenze non mie. e quindi evito, per indossare solo gli abiti che riconosco. e sparire dissimile, sul fondo, per incontrare figure inadatte, capaci come me di stare zitte. ora conosco le parole di questi volti. e non meritano la mia attenzione. sono solo volti parlanti, che non sanno usare una maschera: non li osservo più. così mi illudo sia inerzia senza frenesia. del resto, sono stanco d’inventare scuse, o comunque fingere di potermi adeguare. mi considero uno zero e lo sanno, ma lo stesso gli servo. chiedersi poi se l’interazione senza scambio sia davvero soluzione. ma sono stanco e il tempo passa. ancora azzanno qualcosa la sera e riposo.

Seattle Syndrome Two – (1983)

Nel 1983 la Engram Records cessa le attività e il suo lascito è Seattle Syndrome Two, che prosegue – idealmente – il discorso intrapreso con la prima compilation del 1981. E si tratta di un disco che documenta sia il cambiamento della piccola scena underground di Seattle sia la sua effettiva scomparsa. Del “Volume One” non ci sono superstiti[1] e le realtà più promettenti si sono già dissolte (o si dissolvono di lì a breve – e comunque lontano dalla città e dallo Stato): i Fartz (diventati nel frattempo 10 Minute Warning) tirano le ultime e Blaine Cook va a unirsi agli Accüsed; i Blackouts si sono trasferiti, ma pure hanno vita breve; X-15/Life In General, da un punto di vista discografico, non riescono ad andare oltre la pubblicazione di un Ep di cinque brani. Resistono solo i Fastabcks che concentrano i loro sforzi nella No Threes Records, mentre i Pudz si accingono a diventare Squirrels.

Per la nuova cucciolata, tuttavia, gli spazi di azione si riducono ai minimi termini, per via della chiusura della casa discografica e per via delle “restringenti” normative che iniziano a essere attuate per la gestione dei club dove è possibile suonare dal vivo. Red Masque, Cinema 90 e Memory si dibattono tra dark wave e synth-pop senza alcuna ambizione. I Next Exit offrono una discreta miscela post-punk dal sapore vagamente surf con chitarra tremolante, mentre i Dynette Set (un po’ Blondie, un po’ B-52’s) rappresentano il volto più gradevole della compilation[2]. L’atmosfera complessiva, in ogni caso, è completamente diversa rispetto a quella del 1981 e prevalgono tentativi “avanguardistici” che guardano più a ritmi sghembi e ballabili, lasciando emergere sensazioni disco-funk, con un orecchio sempre teso verso i Talking Heads (Beat Pagodas, 3 Swimmers e Steddi 5), che all’approccio essenzialmente punk del “Volume One”. Vi si trova anche la vena tribale ed eterea della cantautrice e polistrumentista Sue Ann Harkey.

Nel mezzo delle quattordici tracce che compongono il disco si ritaglia un posto pure un bizzarro brano rumoristico intitolato (forse non a caso) Out Of Control. Gli autori della canzone in questione sono i Mr Epp & The Calculations, ideati dal vocalist Joe Smitty – affiancato, a livello creativo, dall’amico Mark Arm (futuro Mudhoney). Il gruppo, in città, non solo si può già fregiare –orgogliosamente – della reputazione di “peggior band al mondo”, ma è anche la più attiva nella scena da scantinato che si sta sviluppando in questo momento. L’incedere da sgangherata marcia marziale e lo sferragliare chitarristico insensato che accompagnano l’alienante salmodiare di Smitty (che sfocia in qualche urlo improvviso di tanto in tanto) certificano lo status di vero pioniere della storia del grunge di Mark Arm.

Bisogna evidenziare, infine, che nel periodo di pubblicazione di Seattle Syndrome Two il movimento hardcore inizia a imporre prepotentemente il proprio credo in giro per gli Usa e a Seattle le band del ridotto circuito underground aprono per formazioni fondamentali come X, Black Flag e Hüsker Dü. Benché la Engram chiuda i battenti, i ragazzi del Nordovest hanno voglia di suonare e divertirsi, fosse pure semplicemente per riunirsi in garage o in cantina a far baccano con la classica strumentazione rock (basso-batteria-chitarra). U-Men[3], Mr Epp, Malfunkshun, Melvins e, poi, Soundgarden e Green River cominciano a gettare le basi per la costruzione di un nuovo percorso.

[1] Escludendo James Husted (Body Falling Downstairs e K7SS), il quale suona il sax in Credo, la minimale sperimentazione dei Celestial Pygmies.

[2] Entrambe le formazioni, in quel 1983, riescono comunque a pubblicare un album: i Next Exit escono con Metropolitan West, mentre i Dynette Set vengono fuori con Rockers And Recliners.

[3] Capitanata dal cantante John Bigley, questa formazione rappresenta (in quel preciso momento – nonostante l’assenza in Seattle Syndrome Two) l’unica realtà che sembra in grado di potersi affermare.

Il solito incrociarsi

www.theclash.com

Oggi non è giornata. Gira al largo, perché sono stanco. E così stanco di dover continuare a parlare:

figuriamoci con te!

Proprio oggi, che la tua divisa d’ordinanza non funziona più come dovrebbe:

tutti quegli orecchini, tanti e troppi; e tutti quei ciondoli/simbolo che sono solo innocui gingilli; quella maglia di sole stinta, con i laceri jeans da finta battaglia.

Ma tra noi due chi è “davvero” sciatto? Io – naturalmente. Ma non me ne vanto affatto, anzi… me ne vergogno. E nonostante questo, non voglio provare a piacere.

E quel testo di corso che non t’interessa, abbandonato qua e là, nella strana speranza che qualcuno riesca a notare quei biglietti, infiliati in mezzo alle pagine (quelli sui quali sono annotati i tuoi pensieri più docili).

E di nuovo mi chiedi dei Clash: del loro ideale di punk. Proprio ora che le joy division sono buone solo per aspiranti suicidi – ora che ti agiti e impegni piena di gioia.

[Ma Robert Smith è comunque sul suo piedistallo]

Oggi non è giornata e l’ho già detto. Eppure tu non giri alla larga e vuoi dare uno sguardo al lettore.

Cedo:
e viene fuori il disco dei Bon Jovi. E tu t’incazzi, quando dico che mi piace, manco avessi lanciato una bestemmia furiosa – contro cristo, la madonna e tutti i santi.

[E so che – in fondo – tu ci credi a queste cose]

Ma il problema è di entrambi:
il mio, quello di essere sempre il coglione che sembra sappia cose che contano e che, invece, vuole solo pensare a divertirsi; il tuo, del vantare una presunta libertà di fare, anche se vuoi sapere quelle cose che proprio a nulla ti serve sapere.

E allora stiamo zitti, restiamo zitti. Zitti e buoni – come le mosche che siamo.

Ed evitiamo (almeno per oggi) questo solito incrociarsi.

Gioco o non-gioco ( ? )

Dino è un bimbo come tanti. Un bimbo al quale piace giocare. E pure a Dino – come a tanti altri bambini – viene impartita una seria lezione, riguardante il gioco: l’unica cosa che conta è la vittoria. Dino impara quindi a giocare solo per vincere ed è già – perfettamente – integrato in un sistema di non-gioco. Il gioco non è importante: importante è solo il risultato. Deve vincere sugli altri e non per sé stesso. E se si ritrova all’interno di un gioco di squadra, Dino non deve preoccuparsi neppure dei compagni: perché potrebbero cambiare squadra in qualsiasi momento e la vittoria è del singolo. Dino viene addestrato per comprendere che deve essere considerato migliore degli altri per vincere. Migliore a prescindere dalla qualità della sua bravura e perseguire esclusivamente la [propria] vittoria. Dino dimentica l’esistenza delle regole del gioco, oppure non le sa più distinguere. Dino dimentica che un gioco è pur sempre un gioco e si basa sulle regole: regole che non solo si dovrebbero conoscere, ma anche rispettare. Dino sa solo di dover correre veloce per raggiungere presto il primo traguardo – e oltrepassarlo il prima possibile. Dino, furbetto più degli altri, sceglie la corsia (almeno apparentemente) più agevole da percorrere. Ma lui – a questo punto – è già fuori pista, già al di fuori delle regole: guarda dritto al secondo traguardo e ad acquisire solo il metodo per vincere a qualsiasi prezzo. Dino cresce e vince, oltrepassando traguardi stabiliti da enti al di sopra di lui: cresce e vince solo a scapito degli altri.

Gino è un bimbo come tanti. Un bimbo al quale piaceva giocare. Ora – invece – è tra bambini accomunati dal rifiuto per il gioco. Gino ama giocare per vincere: vincere contro sé stesso. Gino ama giocare per riconoscere i propri limiti e andare oltre: superare sé stesso per vincere l’avversario più forte; superare sé stesso per aiutare i compagni di squadra; superare sé stesso per offrire la sua qualità al pubblico intorno (anche quello che non lo sostiene). Gino ama vincere, ma fatica a capire la seria lezione. Gino sa di dover affrontare l’ostacolo, non di doverlo aggirare (sempre e comunque): e sa pure che ci può essere vittoria nella sconfitta, ammesso che si affronti l’ostacolo – perdendo, ma lasciando sul campo tutto ciò che si ha. Gino fatica tanto e rifiuta. Rifiuta di correre e di scendere in pista con Dino. Da quando Dino ha reso ridicola ogni sua spettacolare vittoria. Gino proprio non riesce a comprendere come si possano associare competizione e sopraffazione: per lui vincere non significa vincere sugli altri.

Gino oggi è isolato. Anche lui fuori pista, ma per altro motivo. Cerca svago in posti poco frequentati. Quei posti dove sa che è ancora possibile incontrare qualcuno – isolato come lui – per dedicarsi assieme al gioco. Un gioco di emarginati tra emarginati: la speranza che qualche spettatore riesca ad assistere per riscoprire quanto sia importante il gioco.

Il video non ha alcuna attinenza con lo scritto, ma è necessario per motivi che non vi riguardano: se non vi sta bene, scegliete voi. Il Tubo è pieno di video: imparare a scegliere è cosa buona e giusta.

Territoires – Olivier Abbou – (2010)

Naomi Klein, nel suo Shock Economy (2007), scrive (riferendosi/citando al/il Kubark Counterintelligence Interrogation della Cia): “La tortura è un insieme di tecniche pensate per indurre nei prigionieri uno stato di assoluto disorientamento e shock, […] bisogna creare rotture violente tra i prigionieri e la loro capacità di dare un senso al mondo che li circonda. In primo luogo si elimina ogni input sensoriale (con cappucci in testa, tappi alle orecchie, manette, isolamento totale), poi si bombarda il corpo con stimoli estremi (luci stroboscopiche, musica a tutto volume, percosse, elettroshock)”.

Il cinema horror del nuovo millennio è stato connotato dall’esplosione di un sottogenere splatter definito torture porn. Tale termine si è diffuso a partire dal clamoroso successo di Hostel di Eli Roth (2006) per via di una recensione del critico cinematografico americano del New York Magazine David Edelstein ed è diventato l’etichetta simbolo affibbiata (più o meno appropriatamente) anche a prodotti precedenti. Questo tipo di estremismo visivo, tuttavia, è stato lanciato (o rilanciato – che dir si voglia) soprattutto dalla Francia, trovando la sua ideale collocazione in pellicole quali Haute Tension (Alexandre Aja, 2003), À L’Intérieur (Bustillo e Maury, 2007) e Frontiere(s) (Xavier Gens, 2007), fino all’apice aberrante di Martyrs (Pascal Laugier, 2008).

Lo sviluppo del torture porn è spesso associato al diffondersi di informazioni e immagini inerenti le torture inflitte ai prigionieri di guerra coinvolti nel conflitto afghano post-11 settembre e soprattutto a ciò che accade ai detenuti del Delta Block nel campo di prigionia della base militare Usa di Guantanamo a Cuba per affrontare la cosiddetta “lotta al terrore”. Questa breve premessa appare necessaria per “inquadrare” al meglio il film del francese Olivier Abbou, in quanto si inserisce sicuramente nel filone della nouvelle vague dell’horror d’oltralpe, confermando la connotazione di denuncia socio-politica che si può riscontrare in esso (dovuta agli scontri razziali scoppiati sul finire del 2005, i quali hanno messo a ferro e fuoco i sobborghi parigini), e perché rende esplicito il riferimento al mondo della tortura e della violazione dei diritti umani di Guantanamo.

Territoires, tuttavia, è una produzione franco-canadese che non ha nulla di splatter e la tortura che mette in scena è di stampo psicologico. Laddove un Pascal Laugier o uno Xavier Gensa avrebbero prediletto l’aspetto “fisico” della vicenda (il dente di Michelle l’avremmo visto estratto con la pinza, tanto per intenderci), Olivier Abbou preferisce concentrarsi, invece, sulla natura da thriller psicologico: non a caso, nel finale, troviamo un evidente omaggio all’inossidabile Psycho di Alfred Hitchcock. Territoires diventa, così, un film che si pone nel mezzo di un ipotetico confine tra generi: il confine che devono attraversare i malcapitati Jalii & Soci e l’investigatore privato Brautigan e il confine fatto di nulla (eppure tragicamente concreto) difeso dalla coppia Samuel/Walter. Infatti Olivier Abbou proietta immediatamente in un incubo reale che assume dei contorni surreali, perché la sua camera a mano è costantemente addosso ai personaggi e l’atmosfera è greve e opprimente. Samuel ama ripetere che ci si trova nel mezzo del nulla ed è inutile sottolineare che proprio in questo modo avviene la separazione dal mondo precedentemente conosciuto; un mondo praticamente assente nel film, un mondo del quale si inizia a perdere la percezione dopo pochi minuti della fredda e cruda sequenza iniziale.

Jalii e i suoi amici sono vittime innocenti della sistematica folle violenza disumana di Samuel e Walter. Sono prigionieri di guerra (in gabbia nel bosco con gli aerei che sorvolano di tanto in tanto la zona) e cavie da esperimento (i porcellini d’india citati da Michelle) allo stesso tempo. Il percorso di privazione dei sensi cui sono sottoposti (così come descritto in apertura dalle parole di Naomi Klein) conduce alla distruzione dell’individuo e anche se Leslie tenta di restare aggrappata ai codici di quei diritti umani che ritiene inviolabili la strada che porta all’interno di un container di tortura non ha vie d’uscita.

Territoires è un viaggio in una dimensione oscura e sospesa; è la “O” del titolo del film in cui entra il faro dell’auto di Jalii, ossia un tunnel senza fine. Una volta oltrepassata quella soglia di confine, non si può sfuggire al vuoto buio di un incubo mortale. Se per i prigionieri si tratta di uno stato di regressione che annulla la realtà e sé stessi, per Brautigan diventa l’epilogo del suo progressivo distacco dalla vita per cancellare/recidere le proprie sofferenze (l’investigatore è chiamato a ritrovare dei “figli scomparsi”, così com’è non è più raggiungibile – per lui – sua figlia). E persino le vite di Samuel e Walter, legate a doppio filo nel mezzo del nulla, rappresentano un orrore reale che si nasconde dietro divise istituzionali e tra le fitte maglie di gabbie metalliche.

Garbage – Garbage – (1995)

Garbage

Garbage è un progetto che nasce all’inizio degli anni 90 tra le pareti dei mitici Smart Studios per volere di Butch Vig. Ed emerge, sotto forma di trio (gli altri due componenti sono Steve Marker e Duke Erikson), dalle ceneri del fenomeno grunge: basti pensare che Vig ha lavorato con Fluid e Tad, in qualità di produttore, e che ha firmato dischi come Nevermind dei Nirvana e Dirty dei Sonic Youth. Quando il trio trova in Shirley Manson l’ideale vocalist della formazione, Garbage può essere sfornato per il mercato.

Vow, il singolo battistrada, evidenzia subito il debito con il retaggio del cosiddetto Seattle sound per via delle chitarre abrasive e il testo dal sapore nichilista e sicuramente provocatorio. Ma, ciononostante, i distorti riff melodici non si dimostrano così aggressivi come vuole il genere, e il gusto per una spiccata orecchiabilità, mescolato alle tonalità sensuali – capaci di essere al tempo stesso indifferenti – di Shirley Manson, rendono l’idea di un amalgama pop in grado di infiltrarsi con stile in classifica.

Chiariscono il concetto Only Happy When It Rains e Queer: la prima è un vero e proprio insolente e sexy inno apatico, mentre la seconda è connotata da un andamento noir e sinuoso. Stupid Girl (con l’iniziale campione di Train In Vain dei Clash) avanza lineare e ripetitiva, mostrandosi particolarmente impertinente nel voler prendere in giro i potenziali ascoltatori (o dovremmo dire ascoltratici?).

L’album è interamente sostenuto da una certo noise di sottofondo e da chitarre alterate che, però, assecondano le melodie senza essere realmente dissonanti e invadenti. L’atmosfera aggressiva è attenuata da una batteria che non colpisce mai poderosa, limitandosi a scandire il ritmo, e da arrangiamenti capaci di spaziare con disinvoltura da segmenti New Wave ad altri Trip-Hop, passando per solide basi Rock, senza perdere il filo conduttore. Il tutto si stempera soltanto nel finale con una traccia di chiusura che si potrebbe definire quasi atipica qual è Milk, etereo lamento impregnato di (o)scura malinconia, ma che non stride affatto con l’ascolto d’insieme del prodotto.

Anche brani che possono essere considerati più deboli come Not My Ideae Dog New Tricks restano assolutamente gradevoli e ben costruiti, mentre è da riscoprire una As Heaven Is Wide, sorretta da una ritmica quasi da salsa sudamericana, che costituisce – invece – uno dei momenti meno “avvolgenti” e più “distaccati” del disco.

Concludendo, se si pensa che da Garbage sono estratti ben sei singoli (metà album) e che il lavoro riesce a durare dalla data di pubblicazione (agosto 1995) fino all’inizio del 1997, non si può non parlare di un piccolo classico.